
Un’intervista con Corinna Conci sulla mostra Il paese di dopodomani (AR/GE Kunst, Bolzano, 23 Novembre 2025-14 Febbraio 2026). L’intervista è stata pubblicata su Alto Adige il 31 Dicembre 2025.
Il titolo della mostra è stato deciso da lei insieme a sua nipote, Emma Snædis Recchia di
quattro anni. Come nasce “Il paese di dopodomani”?
Il titolo l’ha inventato lei e prende spunto da una nostra abitudine di inventarci delle storie della
buona notte. Una sera quando non riusciva a prendere sonno, mi raccontò una storia che iniziava
con “C’era una volta il paese di dopodomani”, diventata anche la novella scritta indirettamente a
quattro mani.
Uno dei nuclei tematici fondamentali di questa mostra è la responsabilità verso gli altri,
definita da lei “invisibile ma vitale, che si coltiva sottoterra”.
Questo è un approccio alla vita e ai diversi lavori che svolgo, indipendentemente da quale forma
prendono. Credo che l’unico modo etico di stare al mondo sia quello di rendersi conto che
dividiamo lo spazio del pianeta con altri e i nostri gesti hanno conseguenze. Con il passare del
tempo ciò che diventa per me sempre più importante è vedere che le azioni parlino per sé, per
evitare riverberi autoreferenziali. Una persona sente di stare al mondo in modo decente, che ormai è
una parola che non si usa più, non parlando di sé stesso ma piuttosto cercando di costruire una
pratica etica che trascenda l’ego.
Nelle conversazioni video in mostra emerge fortemente il senso di comunità, come si
relaziona al senso di appartenenza?
Seguendo il discorso che fa Amanullah Mojadidi, l’appartenenza è un concetto apprezzato ma
crediamo che l’altra faccia della medaglia sia l’esclusione. Nel mio lavoro parlo di costruzione di
comunità, le persone che hanno testimoniato nelle interviste sono amicizie per me lunghe e
profonde che ricalcano un senso del rapporto che per me ha molto a che fare con la costruzione e la
condivisione, di mutuo aiuto che di nuovo è una parola che non si usa più molto.
Il “Patto di fiducia con la comunità” del quale parla Ekta Mittal si inserisce proprio in
questo discorso…
Il patto di fiducia va rinnovato quotidianamente ed è una cosa di cui non ci si può dimenticare
perché va costruito costantemente con pazienza, dedizione, attenzione. A volte invece
l’appartenenza è data per scontata. Il punto centrale di questo lavoro è proprio questo, che tutti noi
presenti in mostra condividiamo un senso di fiducia in modi e contesti diversi.
5. Sandi Hilal (fondatrice di Decolonising Architecture Art Research) sostiene in uno dei video
che il diritto all’autodeterminazione in arabo viene inteso come diritto di decidere il proprio
destino…
Questo è un tema stringente ora rispetto alla Palestina, ma il diritto all’autodeterminazione è
senz’altro uno dei nuclei irrinunciabili del pensiero decoloniale: è impossibile cercare di vivere
seguendo una pratica di questo tipo se non si mette al centro il diritto a non essere soggetti da
oppressioni e poteri occupanti.
Una delle domande che pone ai suoi intervistati riguarda l’immaginare delle pratiche
relative a questi temi, andando appunto oltre il simbolico diventando concrete.
Questo passaggio è fondamentale sennò si entra nell’autocompiacimento. Ho scelto delle persone
articolate che conosco da moltissimi anni, caratterizzate da una profondità e da un pensiero
filosofico chiaro che informa il fare e il vivere. Una delle battaglie e ricerche strenue di un percorso
di coerenza che non elimina le contraddizioni -perché sono bellissime- ma mantiene il timone: non
si tratta di un appello alla purezza ma piuttosto ad un essere felici del proprio non essere puri e
lavorare con una visione chiara di dove si vuole andare.
Sua nipote Emma Snædis Recchia ha co-curato la mostra, esponendo una collezione di
sassi, conchiglie e legni dipinti da lei stessa. Come avete deciso l’allestimento?
Emma è arrivata con tutti i suoi oggetti e ha pensato da sola come allestire il suo spazio, senza
l’aiuto di nessuno. Ha raccolto al mare le conchiglie e colorato per mesi: questo atteggiamento,
declinato in base alle capacità e possibilità di ognuno, rappresenta un senso di responsabilità
rispetto all’impegno preso. È ammirevole. Uno dei temi inerenti è l’intelligenza collettiva, un altro
elemento fondamentale del mio lavoro. Quando si parla di questo tipo di intelligenza le gerarchie
cadono: non è detto che il tuo contributo se hai quattro anni vale meno di quello di un Premio
Pulitzer.