Occhiali

È un po’ di giorni che uno dei miei studenti all’Istituto fa fatica a leggere e scrivere e i suoi risultati scolastici sono peggiorati. Abbiamo fatto un po’ di domande e abbiamo scoperto che gli si sono rotti gli occhiali e la famiglia non ha i soldi per ricomperarglieli (30 euro fra lenti e montatura).

Un altro è sempre stanco e ha gli occhi rossi, fa fatica a concentrarsi. L’ho chiamato nel mio ufficio e gli ho chiesto che stava succedendo. Mi ha detto che non c’è nessun problema ed è tutto normale. La sua normalità consiste nel vivere in una stanzetta dietro al laboratorio di falegnameria del cugino, quando esce da scuola lavora un po’ lì per tirare su qualche soldo e poi la sera va a ripetizioni. La sua famiglia è a Kunduz, una delle zone più pericolose del paese. Gli ho chiesto di venire a stare al dormitorio, preferisce di no; credo che non voglia perdere quei soldini che riesce a guadagnare vivendo nel laboratorio.

Un ragazzo ha problemi di stabilità emotiva, i genitori gli dicono che è un buono a niente, il suo unico momento di pace è quando disegna. Ci ha detto: “Dicono tutti che sono pazzo.” All’Istituto è un ragazzo come gli altri, ha trovato il suo mondo e un po’ di tranquillità.

Un altro studente è assente e distratto, a volte lo si sorprende a guardare nel vuoto. Suo fratello – a cui lui assomiglia in maniera incredibile – è stato ucciso in un attentato un anno fa, e c’è appena stato il primo anniversario. Come si fa ad aiutarlo a ricostruire un equilibrio emotivo?

Sono tornata a Kabul solo da tre giorni e sono queste le storie che mi hanno accolto. Ancora una volta, un’occasione unica per rimettere in ordine le priorità e ricordarmi di non dare niente per scontato.

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Come si ricorda?

Come si fa a far sì che lo sconforto per la perdita di una persona cara non ci tolga il sorriso che ha caratterizzato i momenti passati insieme?

Come si ricorda? Come si onora la memoria di chi ha dedicato la vita a raccontare storie difficili da ascoltare? E come si dimentica anche solo un po’ per poter sopravvivere? Come si sospende l’urgenza di capire così da rispettare le scelte inesplicabili di un’amica?

Non ci sentivamo da un po’, ma era prona a lunghi silenzi – capitava ogni volta che scriveva. Siamo sparpagliati e connessi, sei mesi passano senza accorgerci – solo per poi renderci conto che ormai è troppo tardi.

Annie ha vissuto abbracciando il mondo, con un abbraccio tanto affettuoso e aperto che il mondo a volte finiva per soffocarla. Ascoltava – senza condizioni e senza pre-giudizio. Raccoglieva con empatia storie che lasciano inevitabilmente segni profondi. Sentiva il peso delle parole di cui le era stato fatto dono.

C’è un signore, forse un po’ matto, in un quartiere malfamato di Karachi che vive in un cimitero con un muro pieno di graffiti. Voleva che scrivessimo insieme la sua storia. Dovrò presto andare a cercarlo.

E portare con me il suo desiderio di far sì che ci sia sempre uno spazio onesto e generoso per le voci inascoltate.

Annie Ali Khan (1980-2018). In memoriam.

Li chiamano rimpatri

A Kabul la neve paralizza l’aeroporto; alcuni dicono sia colpa del ghiaccio, altri pensano che ci sia un problema con i radar che non distinguono i fiocchi di neve dagli altri oggetti volanti. Per tornare, ho fatto scalo ad Istanbul dove l’aereo è arrivato in ritardo dall’Italia là per là non me ne sono preoccupata convinta che il volo per Kabul non sarebbe partito per via della neve e invece atterro e vedo sul display la scritta rossa lampeggiante “Ultima Chiamata.”

Salgo sull’aereo di corsa convinta di essere l’ultima. L’aereo è pieno, per lo più giovani uomini afghani, fra venti e trent’anni, con l’aria sperduta. C’è odore di sudore e panni non lavati. Siamo fermi sulla pista da una buona mezzora quando il capitano ci dice – solo in turco e in inglese – che per il maltempo e per questioni indipendenti dalla sua volontà il volo è posticipato ed ha un ritardo indefinito. Poi ci invita a sbarcare non prima, però, dell’arrivo della polizia. Con voce priva di emozione aggiunge che prima di poter scendere, dobbiamo aspettare che le forze dell’ordine completino le formalità di sbarco per i “deportati.” I giovani uomini afghani sono dunque quelli arrivati come clandestini e che adesso la maggior parte dei paesi europei sta rispendendo in Afghanistan.

Deportati.

L’onestà della definizione mi ha colpito come un pugno allo stomaco – forse non necessariamente con fini politici, ma questa semplice frase del comandate mi ha dato la misura dell’orrore di cui sono stata testimone impotente.

Nei corridoi stretti dell’aereo, passano in fila indiana, vicini vicini, uno dietro l’altro, con gli occhi grandi di paura. Fuori c’è una notte gelida e la maggior parte di loro ha giacche leggere e maglioncini sottili; nevica a vento, alcuni portano i sandali. Hanno tutti una grande busta di plastica trasparente: mutande, calzini, un asciugamano rosa; tutto in vista, nessuna considerazione per un senso di decoro privato. Guardo e sto zitta, incapace di radunare abbastanza coraggio per denunciare la follia di quanto mi sta succedendo sotto gli occhi.

Poco prima di Natale, un’amica di amici mi aveva chiesto di dare una mano ad un ragazzo rispedito a Kabul dopo vent’anni passati in giro per il mondo come rifugiato. Ho fatto appena in tempo a sentirlo per telefono: era terrorizzato, in Afghanistan non conosceva nessuno e stava per attraversare il confine per passare ancora volta in Iran dove c’era già parte della sua famiglia prima di rimettersi in viaggio. Un mese fa ho letto di un ragazzo appena rimpatriato – si, le deportazioni forzate vengono chiamate rimpatri per non offendere coloro che hanno lo stomaco sensibile – che è rimasto vittima di uno dei sanguinosi attacchi a Kabul: era arrivato in Afghanistan il giorno prima.

Questi ragazzi sono quelli di cui parlano con la schiuma alla bocca gli xenofobi di mezzo mondo, sono quelli che minacciano la nostra sicurezza e i nostri diritti acquisiti, sono quelli che minano la nostra civiltà.

Bisognerebbe avere la possibilità di guardare queste persone in faccia anche solo per un secondo per capire che l’unica cosa che è a rischio in questo momento è la nostra umanità. Sono la prima a dichiararmi colpevole di indifferenza giustificata dall’ignoranza. Avevo letto delle deportazioni, alcuni miei colleghi mi avevano detto che anche il loro volo per Kabul era pieno di giovani uomini scortati dalla polizia. Sapevo e ho ignorato, mi è servito vedere con i miei occhi per rendermi conto dell’enormità di cui siamo complici e adesso scrivo per placare i sensi di colpa e con la speranza che le parole possano aiutare altri a vedere quello che è più comodo ignorare.

La paura ci sta rendendo ciechi. Guardiamo dall’altra parte per evitare di prendere posizione, io non ho avuto la forza di alzarmi e gridare la mia indignazione. Mi sono sentita morire dentro e non sono stata capace di dirlo ad alta voce. L’ignavia facilita il fascismo, mai come adesso il silenzio ci rende complici. Ma da soli non ci si riesce – o almeno io non ci riesco – a superare le barriere insormontabili del qualunquismo. Le scelte di solidarietà e di umanità sono necessariamente collettive, condivise, parlate ad alta voce, sofferte e sentite con cuore molteplice. Forse è per questo che scrivo oggi. Per non sentirmi sola. Per sapere che non sono sola.

Le cose che non so

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Ieri il cugino di uno dei nostri insegnanti è stato ucciso in un assassinio mirato. Una di quelle storie che si leggono sui giornali, lontane milioni di anni luce, che pensi non faranno mai parte della tua vita perché appartengono ad un altrove sconosciuto. Una di quelle storie fuori dall’ordinario che non hanno niente a che fare con la normalità del quotidiano.

Sono qui che gestisco una scuola. La mia immaginazione di quella che sarebbe stata la mia routine prima che cominciassi a lavorare includeva la revisione dei metodi d’insegnamento, il conseguimento dell’eccellenza artistica, pagelle e note disciplinari. Quello che in realtà ora fa parte della mia ordinaria amministrazione è la gestione di situazioni al di fuori della norma, aliene, emotivamente destabilizzanti, che in un paese in guerra, invece, rappresentano tristemente la quotidianità.

L’impermanenza e la transitorietà sono difficili da elaborare come ingredienti inevitabili del nostro vissuto di ogni giorno; sono difficili da digerire in quanto forza radicante nel presente e non come vento di tempesta che cancella il senso della direzione.

Il concetto di resilienza è abusato e tirato in ballo troppo spesso e con troppa leggerezza. Ma momenti come questo, che mettono a nudo tutte le cose che non so, rivelano anche la misteriosa forza che abbiamo dentro e di cui spesso non siamo a conoscenza. Una forza immensa e silenziosa che ci aiuta a tenere insieme i pezzi, a continuare a guardare avanti; che protegge la volontà, come diceva Vittorio Arrigoni, di restare umani.

Fare Speranza

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All’Istituto stiamo attraversando un periodo di trasformazione. Prima di poter cominciare a costruire bisogna fare pulizia e fare i conti con la frustrazione che nasce dalla banalità dei compiti quotidiani, senza perdere di vista la prospettiva di lungo periodo. La risposta al cambiamento è spesso la paura e la diffidenza nei confronti di chi, per volere o per forza, propone alternative.

Parlavo ieri col mio collega, la vera colonna portante dell’Istituto, di questa fase complicata, di quello che stiamo facendo, di quello che ci aspetta e del fatto che dobbiamo rimanere concentrati sulla visione che stiamo cercando di realizzare. E’ un uomo serio, il mio collega; una persona di poche parole. Le discussioni con lui si concentrano sull’essenziale, senza pettegolezzi, senza fronzoli e senza alcun margine di autocompiacimento.

Il problema di questo paese – mi ha detto – è che nessuno guarda al futuro, la gente non ha neanche la sicurezza che esista un futuro. Quindi siamo tutti attaccati al presente, a cercare di ricavarne il massimo, per noi stessi, per il nostro interesse personale, senza alzare gli occhi e guardare al bene comune.

Io ho ribattuto che questo rappresenta un ostacolo non da poco per chi cerca di costruire un percorso educativo che lavora sul presente in funzione del futuro.

E’ questione di cattive abitudini – ha continuato. Ci si accontenta di quello che si ha adesso, ci si arrocca su quel poco di privilegi accumulati e ci si chiude nei confronti di chi li mette in questione.

E quindi noi qui che ci stiamo a fare? Gli ho chiesto un po’ scoraggiata.

E lui impassibile, prima di rimettersi a lavorare, mi ha risposto: Siamo qui a fare speranza.

E’ da ieri che non smetto di pensarci. Queste due parole – fare speranza – mi hanno completamente cambiato il modo di guardare alle cose. Ho sempre pensato alla speranza come ad una dimensione dell’anima e del cuore; un sentimento bello, una fonte di ottimismo, che corre il rischio di trasformarsi in un atteggiamento passivo di attesa per il meglio che verrà. Il peso della responsabilità del fare speranza a tratti mi toglie il respiro, ma così, almeno, so di essere nel mio: che ci si riesca o no, è un’altra storia, ma almeno ci si può provare – almeno c’è di che sporcarsi le mani.

La sinagoga di Kabul

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Ci sono luoghi che sembrano fatti della sostanza della leggenda: se ne conosce l’esistenza, si sa che sono lì da qualche parte, ma la loro dimensione fisica rimane astratta e misteriosa.

La sinagoga di Kabul è stata in tutti questi anni quasi un luogo dell’immaginazione – fino a qualche giorno fa.

Avevo letto diversi articoli sull’“ultimo ebreo di Kabul”; sul suo brutto carattere, sulla sua passione per il whisky e sulla contesa con un altro ebreo – poi morto nel frattempo – per rivendicare il primato di essere l’ultimo. Tante storie di colore, ma niente di specifico su questo luogo così raro.

Qualche giorno fa, senza troppo pianificare e in modo quasi casuale, siamo riusciti a visitare la  sinagoga insieme a tre colleghi. Proprio come da copione, il signor Simintov – l’ultimo ebreo – ha risposto al nostro desiderio di andare con la richiesta di una bottiglia di Johnny Walker Etichetta Nera. Essendone ovviamente sprovvisti alle tre di un sabato pomeriggio qualsiasi, abbiamo provato a negoziare, solo per sentirci dire che non si fa credito a nessuno. Dispiaciuti per la mancata opportunità, siamo andati via, ma evidentemente la solitudine ha avuto il sopravvento e il signor Simintov ci ha richiamato dicendo che poteva incontrarci comunque e che invece della bottiglia, per questa volta, avrebbe potuto accettare dei soldi.

Di lui si è scritto molto, o forse troppo, della sinagoga troppo poco.

Dall’esterno i segni riconoscibili di un luogo di culto sono quasi inesistenti: solo l’occhio che già sa riconosce le stelle di David che traforano la finestra la primo piano e decorano il portone sgangherato di metallo turchese. A prima vista il portone sembra socchiuso, in realtà è solo imbarcato e incastrato per il poco uso. Perplessi ci guardiamo intorno e il venditore di sigarette ci indica la porta secondaria: per entrare si passa da un ristorante decorato di arancione che vende kebab e patatine. Attraversata la cucina e varcata la soglia, ai neon abbaglianti si sostituisce la penombra e l’odore stantio di fritto. La balaustra turchese è un intreccio di stelle in ferro battuto. Sono scale poco calpestate, lo strato di polvere è spesso e omogeneo.

Ci fermiamo per un po’ a parlare con il signor Simintov che adesso vive nella stanza che era in passato utilizzata dalle donne per pregare. E’ dipinta di verde acido, la moquette è rosso bordeaux e la stufa a gas perde, l’odore pungente mi fa starnutire. Simintov ci dice che la sinagoga è stata costruita nel 1966 con le donazioni della comunità ebraica di Herat, ci dice che a Kabul ai bei vecchi tempi c’erano centocinquanta famiglie di ebrei. Ci dice che non sono stati i talebani a farli andar via, ma le migrazioni verso Israele e che lo stato d’Israele “se ne fotte” (testualmente) e non ha nessun interesse a restaurare la sinagoga danneggiata da anni di conflitto. La comunità in sé non è mai stata un bersaglio, la guerra non guarda in faccia nessuno.

Finalmente visitiamo la sinagoga. Fuori dalla porta c’è una tazza del gabinetto coperta di polvere e molte finestre hanno i vetri rotti. Entriamo e, attraversando la stanza, lasciamo impronte nella polvere. La sinagoga non ha una copia della Torah, ma in un armadio a muro ci sono vecchie carte e documenti mangiati dal tempo. Le lampade sul muro sono attaccate su dei piccoli cartelli che portano i nomi dei defunti.

E’ un luogo silenzioso, desolato, in abbandono. E’ il cimitero della memoria, è un memento mori, un monumento al tempo che passa.

Per chi, come me, lavora alla conservazione del patrimonio, luoghi come questi parlano direttamente al cuore: sono un’accusa e un invito, una richiesta di fermarsi a pensare. Non si può lottare contro il tempo, non si può salvare ogni luogo, ogni pietra, ogni monumento. Si deve imparare a scegliere, a lasciar andare, ad accettare che l’abbandono ha anche lui un messaggio da comunicare. E poi si può e si deve continuare a raccontare storie perché questi meravigliosi cimiteri della memoria possano continuare a sopravvivere.

L’odore di Kabul

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Sono appena atterrata a Kabul dopo più di quattro mesi di assenza, la lontananza più lunga in questi cinque anni.

Mi ricordo che una volta il mio amico Ty, che a quel punto mancava da Kabul da un po’, mi aveva chiesto di raccontargli l’odore di Kabul così come mi colpiva appena atterrata. E’ passato qualche anno e mi sono accorta di non averlo mai fatto: meglio tardi che mai.

La prima cosa che arriva alle narici, “in corpo e spirito,” è la polvere: che sfrega sull’asfalto, che copre le rose, che crea una patina opaca che offusca la vista. E poi c’è l’odore della plastica che si scioglie: sono le guarnizioni dei finestrini delle macchine che aspettano per ore al sole per via del traffico o della mancanza di alberi. A proposito di traffico, i tubi di scappamento delle vecchie e ammaccate Toyota Corolla contribuiscono non poco alla miscela di effluvi. E poi ci sono gli odori che si costruiscono nella testa: quello che viene dal camion di cocomeri passato all’incrocio o quello di sudore e gioventù nello scuolabus pieno di ragazzine bloccato davanti a me, con i finestrini chiusi nonostante il caldo, e che mi hanno fatto compagnia per buona parte della strada con smorfie e linguacce e risate attraverso il vetro. C’è l’odore dell’estate che finisce e dell’autunno che si insinua con quel retrogusto di umido nell’aria e la previsione del nero pungente del fumo delle stufe a segatura. E infine c’è l’odore del ritorno che, nonostante i dubbi e le esitazioni, ti accoglie come un abbraccio di benvenuto da parte di un vecchio amico.

Mondana Bashid

Un concerto a Manchester; una gelateria a Baghdad; un sabato sera di divertimento nel cuore di Londra; un crocevia trafficato, una manifestazione, un funerale a Kabul. Morti e feriti a decine se non a centinaia. E tutto questo senza contare quel che ci sfugge del resto dell’Iraq, della Siria, della Nigeria e di tutti i paesi che a stento fanno notizia.

Sono giorni difficili di fatica e paura. La chiusura e il sospetto sembrano la soluzione migliore: sicuramente quella più semplice. Alzare i muri e chiudere le porte. Girare le spalle a tutto ciò che è altro da noi. Ma si tratta della scelta peggiore: vuol dire cadere nella trappola, giocare alle regole del terrore, cedere al ricatto.

Manchester, Baghdad, Kabul e Londra rispondono a gran voce al rischio di scivolare nella bigotteria.

Stamattina nella metropolitana di Londra un cartello diceva: “Tutti possono cedere, è la cosa più facile che il mondo possa fare. Ma la vera forza sta nel tenere i pezzi insieme quando nessuno si stupirebbe del collasso.” E la gelateria di Baghdad ha riaperto cinque giorni dopo essere stata attaccata. E Kabul, con le code per donare il sangue e gli appelli all’unità e i dottori che hanno lavorato senza sosta e i giornalisti che non hanno mai smesso di essere in prima linea, continua a ricordarci il valore senza prezzo dell’umanità.

In Afghanistan, dove una cultura cortese dà ancora valore al rito di scambiarsi i saluti, ho imparato uno degli auspici più belli: Mondana Bashid – che tu possa non essere mai stanco.

Non penso ci sia niente di meglio da augurarci a vicenda in un momento del genere quando la stanchezza, la paura, lo sfinimento, il senso di impotenza rischiano di prendere il sopravvento.

Mondana Bashid ai cittadini di Kabul, ai medici di emergency, ai miei amici afghani che credono nel futuro.a tutti e ciascuno di noi; a tutti quelli che, ovunque si trovino nel mondo, hanno ancora il coraggio di continuare a sperare e lavorano per rendere le cose un po’ migliori.

Chi pulisce la città

Ho scritto un tributo a coloro che puliscono la città dopo gli attentati, in occasione della bomba del 23 luglio 2016 a Kabul. La loro presenza silenziosa ci dà la possibilità di guardare avanti con dignità.

Dopo l’attentato terribile di ieri in cui i morti confermati sono 93 e i feriti piu’ di 450, il mio pensiero torna di nuovo a loro.

l giorno dopo, si sa, è sempre difficile.

Quella di ieri è stata, per Kabul, la strage peggiore dal 2001 – tutti civili, tutti giovani, un colpo al cuore già fragile della città. Con la sobrietà che caratterizza un giorno di lutto nazionale, la città stamattina si è svegliata e ha ricominciato a vivere dopo un pomeriggio passato col fiato sospeso. Kabul è una città forte, una città che reagisce e non si lascia piegare. La sua resilienza formidabile è una delle prime cose che si scoprono quando si viene a vivere qui. La vita va avanti, nonostante tutto e tutti: ci si rimbocca le maniche e si guarda avanti – un modo di vedere il mondo che è una profonda fonte d’ispirazione.

Stamattina mi sono svegliata con un pensiero fisso che non riesco a togliermi dalla testa: continuo a pensare a chi pulisce la città, a quelli che in silenzio entrano in azione prima dell’alba e ripuliscono la città dalle tracce di un orrore come quello di ieri. Si dice che la forza di Kabul sta nel fatto che riesce sempre a ricominciare, ma non si dice mai niente di quelli che lo rendono possibile, di quelli che strofinano il sangue via dall’asfalto, di quelli che raccolgono i resti e con le pompe lavano via tutto quello che deve scomparire. E’ a loro che probabilmente si deve il fatto che si possa andare avanti, a questi silenziosi restauratori della normalità che, a Kabul come a Baghdad o a Srinagar, hanno il compito di mascherare gli odori, restaurare il sipario dell’ordinario, nascondere le tracce di traumi difficili da immaginare.

Non ho idea di chi siano o che faccia abbiano, non ho idea di che cosa possa passare loro per la testa, se una preghiera o una bestemmia, mentre strofinano avvolti dalla notte. Ho pensato che fosse importante scrivere di loro – per esorcizzare un pensiero ossessivo e per rendere omaggio a chi, forse senza saperlo, ci rende possibile guardare al futuro.

Questo testo è stato pubblicato su Q Code Mag

Una brava persona

Le ultime sono state settimane difficili di grande fatica emotiva e momenti di buio in cui mi sono trovata faccia a faccia con il rischio tangibile di diventare la persona che non voglio essere, insofferente, distaccata e preceduta da una nuvola nera di malumore.

Per quanto possa suonare trito, a volte è proprio vero che bisogna confrontarsi con l’oscurità per rendersi conto della luce.

Il risultato di tanta fatica è che questi giorni infatti mi hanno fatto capire che forse l’obiettivo principale della mia vita è quello di essere una brava persona. Può forse sembrare ingenuo, ma penso che in un momento storico come quello che stiamo vivendo questo possa davvero tradursi in una scelta politica radicale.

Non lasciarsi sopraffare dalla paura e dal sospetto, mantenere un atteggiamento curioso, aperto e disponibile. Credo che una scelta del genere in questo momento possa rappresentare l’unica radice possibile per riformare il sociale, per contribuire in modo costruttivo ad un modo diverso di pensare alla collettività. Questa forse è l’unica via possibile per emanciparci dai modelli e dai consumi che ci incanalano verso un’uniformità grigia e senza volto.

Penso alla scelta di semplicità che hanno fatto i miei genitori, penso al lavoro di inclusione e rispetto che fa mia sorella. L’investimento sull’integrità della persona e della pratica è l’unica strada possibile per non soccombere a questi tempi spaventosi, per non cedere alla volgarità delle urla, degli sputi e della violenza. Ne parlavo ieri sera con Sandi Hilal in una delle nostre preziose conversazioni transoceaniche: la grande sfida per il futuro è quella di coltivare il coraggio di mantenere aperte le porte di casa, di investire sull’ospitalità e lo scambio. Il passo difficile è quello di renderci conto che questa scelta personale diventa responsabilità civica, che la scelta di come viviamo il nostro oggi ha immense ripercussioni politiche.

L’ambizione più grande è dunque quella di essere una brava persona – ritrovando anche il coraggio di non preoccuparsi di essere fuori moda.

(Dedicato a Sandi Hilal)