Una brava persona

Le ultime sono state settimane difficili di grande fatica emotiva e momenti di buio in cui mi sono trovata faccia a faccia con il rischio tangibile di diventare la persona che non voglio essere, insofferente, distaccata e preceduta da una nuvola nera di malumore.

Per quanto possa suonare trito, a volte è proprio vero che bisogna confrontarsi con l’oscurità per rendersi conto della luce.

Il risultato di tanta fatica è che questi giorni infatti mi hanno fatto capire che forse l’obiettivo principale della mia vita è quello di essere una brava persona. Può forse sembrare ingenuo, ma penso che in un momento storico come quello che stiamo vivendo questo possa davvero tradursi in una scelta politica radicale.

Non lasciarsi sopraffare dalla paura e dal sospetto, mantenere un atteggiamento curioso, aperto e disponibile. Credo che una scelta del genere in questo momento possa rappresentare l’unica radice possibile per riformare il sociale, per contribuire in modo costruttivo ad un modo diverso di pensare alla collettività. Questa forse è l’unica via possibile per emanciparci dai modelli e dai consumi che ci incanalano verso un’uniformità grigia e senza volto.

Penso alla scelta di semplicità che hanno fatto i miei genitori, penso al lavoro di inclusione e rispetto che fa mia sorella. L’investimento sull’integrità della persona e della pratica è l’unica strada possibile per non soccombere a questi tempi spaventosi, per non cedere alla volgarità delle urla, degli sputi e della violenza. Ne parlavo ieri sera con Sandi Hilal in una delle nostre preziose conversazioni transoceaniche: la grande sfida per il futuro è quella di coltivare il coraggio di mantenere aperte le porte di casa, di investire sull’ospitalità e lo scambio. Il passo difficile è quello di renderci conto che questa scelta personale diventa responsabilità civica, che la scelta di come viviamo il nostro oggi ha immense ripercussioni politiche.

L’ambizione più grande è dunque quella di essere una brava persona – ritrovando anche il coraggio di non preoccuparsi di essere fuori moda.

(Dedicato a Sandi Hilal)

Alla ricerca delle parole

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Photo by Kevin Frayer / AP

Ieri l’Afghanistan ha vissuto l’ennesima giornata di sangue: tre attentati in tre città (Lashkar Gah, Kabul, Kandahar) e decine di morti. Nel corso della giornata facevamo appena in tempo ad assimilare l’orrore di una notizia che ne seguiva un’altra: sono state ore pesanti, col pensiero ancora una volta a coloro che hanno come unica colpa quella di lavorare nel posto sbagliato.

A livello personale giornate così aggiungono il dubbio alla fatica emotiva di essere testimone indiretto di una guerra che sembra non avere mai fine. In giorni come quello di ieri sembra più difficile darmi delle risposte convincenti sul perché sia non solo importante, ma anche necessario, occuparsi di arte e di produzione culturale in un momento come questo in un paese come l’Afghanistan. Il malumore che genera questo affanno diventa difficile da gestire sia per me che per chi mi sta intorno. Il silenzio in questi casi non é mai produttivo, così come non lo é indulgere nel proprio malessere. La frustrazione resta e cerca vie d’uscita.

Eppure, non finirò mai di sorprendermi del fatto che le risposte arrivino sempre quando uno meno se le aspetta.

Ho incontrato un vecchio amico, K., e mi ha raccontato una storia. A novembre scorso ho organizzato un seminario di formazione per 120 artisti di varie discipline, provenienti da ogni angolo dell’Afghanistan. K. ha partecipato al seminario e da allora continua a dire quanto sia stata un’occasione unica di incontro e di scambio. In generale non amo le lusinghe e quindi più di una volta gli ho detto che stava esagerando ed era così generoso solo perché siamo amici. Sorseggiando la sua tazza di te mi ha raccontato che, senza che io lo sapessi, uno degli artisti partecipanti al seminario era analfabeta: un musicista che suona meravigliosamente, ma che non sa né leggere e né scrivere. Il metodo partecipativo e interattivo che ha caratterizzato il seminario, e l’uso delle lingue locali invece dell’inglese come solitamente accade, ha consentito al musicista di partecipare e di trarne grande motivazione.

Per non perdere i possibili frutti di questa conquista, K. mi ha detto che alla fine del seminario lui e il musicista hanno fatto un patto visto che concretamente esiste per la prima volta la possibilità che il suo lavoro venga promosso e sostenuto nonostante non sappia né leggere e né scrivere. Il patto é questo: K. si é offerto di aiutare il musicista a fare domanda alla fine dell’anno per accedere ai finanziamenti previsti dal mio progetto a condizione che cominciasse ad andare alle scuole serali.

Il musicista, di cui non conosco il nome, ha iniziato infatti il corso di alfabetizzazione per adulti all’inizio di gennaio.

Sprazzi di speranza come questo sono un’ancora di salvezza e un dono inaspettato che offre le parole per dare una risposta, almeno temporanea, alle mie domande.

A tavola – Pensando al Kashmir

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Due settimane fa preparavo la cena: pasta col sugo d’agnello come da tradizione abruzzese e doon chettin, una salsa di noci tipica del Kashmir. Volevo che a tavola ci fosse tanto il sapore delle sue montagne che delle mie: sapori ruvidi che scaldano il cuore.

Quella sera, dopo cena, siamo venuti a sapere che avevano arrestato (con accuse prive di giustificazione legale) Khurram Parvez, un attivista per la difesa dei diritti umani che da anni lavora per denunciare la brutalità di cui è vittima inascoltata la gente del Kashmir. Il giorno prima di essere arrestato, gli era stato impedito di imbarcarsi sull’aereo per Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare alla riunione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

E’ da quella sera che continuo a pensare al sapore di quella cena, al conforto del cibo di casa, ma anche alla moglie di Khurram Parvez che non sa quando potrà condividere di nuovo un pasto con lui e a tutte quelle donne che in Kashmir in questi giorni piangono mentre preparano il piatto preferito dei propri figli che sono stati uccisi in questi tre mesi.

Dopo 84 giorni di scontri ininterrotti in Kashmir, tra India e Pakistan tirano venti di guerra. Da entrambe le parti, gli strateghi da salotto cantano le lodi di un attacco nucleare. Inebriati di nazionalismo fascista sembrano non considerare che il confine che li divide è una linea immaginaria tracciata sulla carta e che le possibili conseguenze non si fermano a chiedere il permesso di varcare la frontiera.

I titoli dei giornali e la poca attenzione internazionale hanno raccolto al volo l’occasione per concentrarsi sulla dimensione astratta del conflitto lasciando passare in secondo piano quello che questo scontro significa per la gente. Ancora una volta il Kashmir ritorna ad essere discusso come uno spazio conteso al di qua e al di là di una linea sulla mappa invece che come il luogo di appartenenza di un popolo che da decenni lotta per il diritto a decidere per sé e per il proprio futuro. La discussione geopolitica diventa la scusa per distogliere lo sguardo dai raccolti di mele distrutti e dai campi coltivati bruciati dall’esercito, dalle ambulanze sequestrate, dai raid notturni e dagli arresti indiscriminati.

Quanti altri posti vuoti a tavola, quante cene piene di assenza ci vorranno prima che ci si renda conto che il diritto all’autodeterminazione è inviolabile e sacrosanto? Quante altre madri dovranno piangere i propri figli prima che ci si accorga che la violenza e la brutalità non riusciranno a sradicare il desiderio di libertà?

La foto che non c’era

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Afghanistan National Museum Motto

Ieri sono stata a pranzo all’Afghanistan Center at Kabul University da Nancy Dupree. Conto il piacere della sua compagnia fra i doni più preziosi di questa città. Abbiamo passato due ore insieme e abbiamo mangiato un piatto smisurato di fagioli all’aglio e una ciotola di yogurt.

Nancy è una grande narratrice e una fonte inesauribile di storie appassionanti, la sua conoscenza intima del paese offre a chi ha il privilegio di ascoltare un viaggio vertiginoso nel tempo e nello spazio.

Nel corso degli anni, non mi è mai capitato di lasciarla dopo un po’ di tempo passato insieme senza una storia memorabile da conservare.

Ieri, quando sono arrivata nel suo studio, stava lavorando ad una galleria fotografica sugli strumenti preistorici conservati al Museo Nazionale. Come immagine di copertina voleva usare una foto della facciata del museo prima che fosse distrutto durante la guerra civile. Nei giorni scorsi ha cercato nel suo archivio fotografico e con sua grande sorpresa si è accorta di non avere nessuna immagine di questo genere. Mi ha raccontato di essere andata a trovare il direttore del museo per chiedere a lui una copia dai loro archivi, ma niente neanche lì. Sempre più sorpresa e incuriosita, ha mandato messaggi e chiamato tutti quelli che in quegli anni erano in città o potevano aver avuto accesso a documenti di quel periodo. Niente. Pare che prima della guerra civile nessuno si sia preoccupato di fare una fotografia alla facciata.

Il racconto è finito lì e la a conversazione ha poi preso un’altra direzione, ma il pensiero di questa foto che non c’è è rimasto con me. Strano pensare a quanti momenti e quanti dettagli là per là non sembrano affatto degni di nota, quante cose diamo per scontate e tralasciamo senza considerazione. Strano pensare come questi dettagli poi possano ritornare e rivelarsi nella loro assenza, in un futuro inaspettato, come testimoni di un passato di cui non restano tracce visive.

Una tazza di te salato

Non capisco chi non capisce che la politica passa anche dalla pancia. Oltre alla visceralità dell’esistenza politica, per me ci sono anche sempre fattori contingenti che, per caso o per necessità, mi riconducono al perché di quello che ho scelto e di quello che per cui vivo.

Oggi l’occasione è stata una tazza di te salato, tipico del Kashmir e delle valli himalayane al di qua e al di là del confine contestato tra India e Pakistan.

Un paio di giorni fa ne parlavo con uno dei miei colleghi; lui viene da Hunza, una valle a 2500 metri d’altitudine nell’estremo nord del Pakistan. Discutevamo di variazioni regionali nelle ricette, di abitudini e tradizioni del te salato. Sapendo che mi piace molto, me lo ha preparato stamattina per colazione. Quello che lui chiama shur chai è una versione (con il burro e senza il bicarbonato) di quello che io conosco come noon chai e che per me rappresenta il sapore che associo col Kashmir. Mentre io bevevo la mia tazza, con la testa a Kabul e il cuore a Srinagar, lui ha riempito una ciotola con pezzi di pane vecchio, poi ha versato il te e lo ha mangiato come una zuppa, pensando con nostalgia alle colazioni di quando era bambino.

La mia tazza di shur chai mi ha messo di fronte a quello che da giorni cercavo di evitare.

Sono quarantatré giorni che sento il bisogno di scrivere di quanto sta succedendo in Kashmir, ma ogni giorno che passa rende più difficile trovare le parole. Ho continuato a procrastinare, incapace di affrontare l’impensabilità di tanto orrore. E con ogni giorno che passa cresce il senso di colpa perché sento che il mio silenzio diventa complice.

Sono quarantatré giorni che la Valle è sotto assedio. Dopo l’uccisione del giovane comandante di uno dei gruppi ribelli che combattono il controllo indiano in nome dell’autodeterminazione, il Kashmir è insorto e l’India ha risposto col pugno di ferro. Con una violenza inaudita e difficile da comprendere. In quarantatré giorni sono state uccise quasi settanta persone e centinaia sono state colpite, per lo più agli occhi, da fucili ad aria compressa. Fuor di metafora, l’esercito indiano sta sistematicamente rimuovendo la possibilità di guardare al futuro in maniera diversa da quella immaginata da chi sta al potere. Nei giorni scorsi il coprifuoco è stato esteso tanto al giorno che alla notte, rendendo praticamente impossibile anche solo comperare il latte. L’altro ieri è stata impedita la distribuzione di carburante e hanno sparato all’autista di un’ambulanza che trasportava dei feriti all’ospedale. Penso ai miei amici lì, a chi ha un posto molto speciale nel mio cuore, alle madri degli adolescenti che protestano per le strade. Alla rabbia, alla paura, al diritto di scegliere e di decidere per se stessi.

Come si scrive di tutto questo? Dove si trovano le parole? Oggi un amico mi ha detto che scrivere è inutile perché in tempi come questi non ci resta niente da aggiungere. Forse è vero, non ci sono parole che possano dare la misura dell’orrore e quello che scrivo è irrilevante, ma mai come adesso il silenzio mi sembra colpevole.

A volte vorrei tanto vivere in un mondo semplice in cui una tazza di te salato potesse essere sufficiente per cominciare a cambiare le cose.

Gulkhana

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Quella di tornare a Kabul è stata una decisione difficile: da lontano, l’idea di mettere insieme abbastanza forze per affrontare il viaggio sembra un’impresa titanica, ben al di là di quanto si possa essere in grado di fare. E poi basta un attimo, le porte dell’aereo si aprono e Kabul ti accoglie con quella sua tipica ondata di calore, con quell’aria torrida dall’odore di polvere che per qualche oscura ragione ti fa sentire a casa. Basta un attimo e la città, col suo fascino inspiegabile, ti riassorbe e tu sei di nuovo parte di lei come se non ci fosse mai stata interruzione.

Kabul è sempre la stessa, eppure stavolta è tutto diverso. C’è un senso di fatica che per la prima volta, dopo tanti anni, è drammaticamente tangibile. Ho passato la scorsa settimana ad aggiungere nomi alla lunga lista di quelli che hanno lasciato il paese. Chi può se ne va, sfinito dalla guerra e dalla mancanza di orizzonte. In un paese senza presente come l’Afghanistan, la fuga di cervelli rischia di diventare la condanna a morte per il futuro.

Ieri un mio caro amico, uno dei più promettenti giovani artisti in città, mi ha scritto dicendo che spera di venire a trovarmi presto per mostrarmi i suoi nuovi disegni e nel frattempo mi aggiornava del fatto che non era soddisfatto dei suoi progressi: per vari mesi infatti non ha potuto disegnare perché non aveva più carta. Per fortuna, mi ha scritto, è andato in Pakistan con la famiglia e ha potuto comprare altra carta – e quindi ha ricominciato a disegnare. Non riesco a togliermi dalla testa il tono senza rabbia e senza rivendicazione con cui mi ha scritto: qui è così, è normale non avere la carta e non poter disegnare, c’è poco altro da aggiungere.

E’ da questa mancanza di carta che anche io devo ricominciare.

Il mio nuovo ufficio è nella serra di uno dei più bei palazzi di Kabul, sorprendentemente sopravvissuto a decenni di bombe di varia provenienza. Qui chiamano la serra gulkhana, la casa dei fiori – in questo periodo dell’anno il caldo è insopportabile, ma ho chiesto io di sedermi lì, mi sembrava un bel punto di partenza. La mia scrivania è circondata dalle finestre e inondata dal sole: torrida in questa stagione, ma con la promessa di un tepore gentile durante il lungo inverno. Mi guardo intorno e sono felice della scelta che ho fatto – ha senso essere qui; ha senso essere qui ora. Ha senso, ma mi domando come alimentare la determinazione per andare avanti con un compito che in qualche modo è “ingrato”: lavorare per il futuro senza la garanzia di risultati immediati nel presente. La promessa e la visione di una prospettiva più ampia delle immediate contingenze è senz’altro una fonte di motivazione, ma trovare il senso di quella motivazione nei piccoli passi di ogni giorno è tutt’altra storia – spero di avere sufficiente lucidità per continuare a ricordarlo a me stessa.

Le finestre della gulkhana affacciano sul giardino, mai spoglio perché costruito intorno al ciclo delle stagioni, all’instancabile andare circolare del tempo: saggezza semplice e senza pretese che ha molto da insegnare.

Imparare a leggere

Studio il Dari ormai da un anno, sono arrivata ad un livello tale per cui posso chiedere di cambiare la dinamo del generatore, verificare che l’idraulico abbia riparato la fogna per bene e conversare con i tassisti – spesso di Dio e di questioni religiose a cui difficilmente riesco a dare risposta.

Sin dall’inizio ho imparato l’alfabeto, ma è solo da una settimana che ho cominciato a fare esercizi di lettura ad alta voce.

Mi sono sentita di nuovo una ragazzina e mi è tornata in mente Suor Fidalma, la suora vecchissima che mi dava ripetizione di lettura. Da piccina, mi ci è voluto tantissimo tempo per imparare a leggere. Il mio primo oculista aveva sbagliato la prescrizione delle lenti e nonostante avessi dei giganteschi occhiali rosa confetto, fondamentalmente non vedevo un granché e le lettere sulla pagina si confondevano.

Strano pensare come il mio primo rapporto attivo con i libri sia stato caratterizzato dalla fatica e dalla frustrazione, ed è bello guardarsi indietro e vedere quante cose siano cambiate.

Imparare a leggere da adulta si sta rivelando un’esperienza fondamentale nella mia formazione personale. E’ un confronto con me stessa e con i miei limiti: c’è poco da bluffare e non ci sono sconti. Sillabare ad alta voce è imbarazzante – ho l’impressione di arrossire ogni volta che leggo una parola – fare errori banali è frustrante, ma arrivare in fondo alla prima riga, stanchissima dopo cinque parole, è un’esperienza assolutamente indimenticabile. Sayed, il mio fantastico maestro, ha trovato la giusta misura: mi prende in giro e mi incoraggia, mi aiuta a ridere delle mie difficoltà e a non prendermi troppo sul serio.

Si dà così tanto per scontato, su noi stessi sulle nostre capacità e su quello che ci sembra ci sia dovuto. Ricominciare da zero, mi sta ricordando l’importanza dell’umiltà, la soddisfazione dei piccoli passi e la gioia genuina dei traguardi semplici.

Il dolore degli altri

Ho scritto questo bollettino qualche tempo fa, di ritorno da un viaggio in Kashmir. Racconta in qualche modo quello il perché e il come di quello che faccio.

***

Sono tornata da Srinagar da una settimana, ma le voci, le sfumature, i dettagli della città sono ancora presenti e vividi nella memoria. Il lago Dal, le montagne innevate all’orizzonte, la tempesta di vento che ha scosso la mia ultima notte in città inframmezzata dalle voci lamentose delle donne in preghiera per sconfiggere la paura.

Srinagar non mi lascia, forse vorrei una tregua e invece resta con me.

Il Kashmir del conflitto di cui non si parla mi si è infilato sotto la pelle.

Srinagar_01Agha Shahid Ali, il poeta che più di ogni altro ha dato voce alla mescolanza unica di bellezza e brutalità che sembra essere l’essenza del paese, mi ha fatto da guida: ho visto i suoi luoghi attraverso la lente delle sue parole e Srinagar è diventata inevitabilmente anche per me la città delle figlie, dove quasi tutti gli uomini sono schedati dalla polizia se non come sospettati allora come spie – sembrano ce ne siano cento settanta mila in un paese dove gli abitanti sono dieci milioni – e dove le donne portano avanti la vita, in silenzio, fuori dagli sguardi indiscreti e dai clamori della dimensione pubblica.

Ed è così che anche la calma apparente che avvolge Srinagar, la rinnovata presenza di turisti, la retorica della riconquistata stabilità prendono significato dai versi di Agha Shahid Ali, che cita Tacito: solitudinem faciunt, pacem appellant – portano desolazione e la chiamano pace.

Non è la prima volta che faccio esperienza di questa desolazione, mi ha colpito in Palestina, nei campi di sfollati in Iraq e in Tunisia, negli slum del Pakistan.

Ma sembra che questa volta sia tornata a chiedere il conto.

Di anni di storie ascoltate, raccolte e conservate nella memoria. Di vite raccontate, di posti visti, sentiti e condivisi attraverso le parole.

Come fare giustizia a tanta ricchezza e tanto dolore?

Come dare il giusto credito a chi ti dice che si sente in colpa ad essere felice quando il proprio paese è vittima di un’oppressione che non sembra avere via d’uscita?

Come si naviga in questo mare? Dove è la bussola che guida il mio percorso in modo da conservare la delicatezza dello sguardo ed evitare un morboso senso di pena? Come si racconta la potenza della dignità umana senza l’atteggiamento oggettivante di un antropologo a caccia di verità?

Le domande si moltiplicano e le risposte sembrano sfuggire.

La strada è l’unica soluzione che conosco: la fonte di altre domande che porta al desiderio di cercare altre risposte.

La strada e un desiderio di cura, di dedizione e di attenzione – nella politica e nelle parole – per le persone e i luoghi che mi hanno raccontato e continuano a raccontarmi queste storie.

Khaakbaad

L’autunno a Kabul è una stagione preziosa. Mentre scrivo, vedo nel giardino le ultime rose: quelle ancora fiorite sono rosa e rosse; i tre alberi di mele cotogne carichi di frutti che stanno pian piano maturando; la pergola con i pochi grappoli d’uva che hanno resistito alla grandinata dell’altro giorno; e le macchie rosso sangue dei frutti del melograno, piccoli quest’anno, ma pieni di succo.

La percezione del cambiamento è quotidiana, annunciata in modo teatrale da mezzora di grandine. Chissà perché solo una all’anno, la terza da quando sono qui, veloce e violenta segna il passaggio da una stagione all’altra.

La temperatura si abbassa, le giornate si accorciano, mi ostino a dormire ancora con la finestra aperta e ad uscire senza calzini – anche perché mi sono dimenticata le scarpe in Italia, ma questa è un’altra storia.

Con l’autunno arrivano anche le tempeste di sabbia, che qui hanno anche un nome tutto loro, khaakbaad, che letteralmente significa vento di polvere. Anche queste improvvise e passeggere – coprono tutto di una coltre marroncina, una tosse, uno starnuto e vanno via. Poi tornano, ma il passaggio è sempre breve e mai annunciato.

Mi domando perché finisco sempre per andare a vivere in paesi in cui le tempeste di sabbia sono una parte integrante del paesaggio e della conversazione.

Sono passati esattamente sei anni dal primo bollettino che ho spedito, era il 14 ottobre del 2008, e allora come adesso scrivo di tempeste di sabbia. Buffo.

Sei anni fa, raccontavo così le mie prime impressioni di Erbil:

Montagne e deserto… una combinazione incredibile e mozzafiato che non smette mai di sorprendere: le montagne si alzano all’improvviso sempre un po’ inafferrabili attraverso la foschia. L’aria infatti non è mai limpida; una sabbia del colore e della finezza della cipria copre ogni cosa e rende l’aria quasi palpabile (e i miei capelli della consistenza della paglia…)”

Montagne, deserto e tempeste di sabbia: strani elementi ricorrenti che danno forma e colore a tutti questi anni di viaggi, simboli inaspettati delle mie nomadi geografie dell’affetto.