To Resist is to Exist

images50 years ago, the revolutionary masterpiece The Battle of Algiers by Gillo Pontecorvo won the Golden Lion at the Venice Film Festival. To mark the anniversary, the film has been restaured and CG Entertainment launched a campaign to published this new edition (in Italian). To support the initiative, they asked me to engage in a conversation with this great work of art. My thougths are below and this is the link to support the campaign.

 

We live in dark times, in a precarious equilibrium between fear and inurement. The big engine of the empire huffs and puffs, hit at its core by lone wolves and organised terrorists. The chasm between us and them grows wider, defined by shortcuts and superficial understandings that seem convincing because are worded in the incontestable language of reassuring populism. We live in dark times that are nurtured by historical courses and recourses: History does not teach, human kind does not learn from past mistakes, the thirst for revenge is more satisfying than the desire for transformation. The dystopia of the present builds isolating and fragmentary geographies, designed in the negative and founded on divisions. In this grim picture, instead of the possibility of encounters, the only thing that seems to multiply are separating devices and mechanisms of exclusion: concrete walls, thousand-eyed drones, coils of barbed wire.  

Read the full article on With Kashmir 

Resistere è esistere

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50 anni fa, La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo vinceva il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. In occasione dell’anniversario, il film è stato restaurato e CG Entertainment ha lanciato una campagna per pubblicare questa nuova edizione. In sostegno all’iniziativa, mi hanno chiesto di raccogliere dei pensieri in risposta a questa grande opera d’arte.
Il testo
è qui di seguito e questo è il link per sostenere la campagna.

Viviamo tempi cupi, in equilibrio precario fra la paura e l’assuefazione. La grande macchina dell’impero sbuffa in affanno, colpita al cuore da lupi solitari e terroristi organizzati. Il guado tra noi e loro si allarga, un guado definito da scorciatoie spesso solcate da conoscenze superficiali che sembrano convincenti perché elaborate nella lingua incontestabile del populismo rassicurante. Viviamo tempi cupi che sono alimentati da interminabili corsi e ricorsi di vichiana memoria: la storia non insegna, il genere umano non impara dagli errori del passato, la sete di vendetta sazia più del desiderio di trasformazione. La distopia del presente costruisce geografie frammentarie e isolazioniste, disegnate al negativo e fondate sulla divisione. In questo quadro sconfortante invece della possibilità d’incontro, l’unica cosa che sembra moltiplicarsi sono i dispositivi di separazione e i meccanismi di esclusione: muri di cemento, droni dai mille occhi, bobine di filo spinato.

Cinquantadue anni fa, Gillo Pontecorvo girava La Battaglia di Algeri, un film rivoluzionario senza tempo che – raccontando la storia della resistenza algerina e dei primi passi del movimento di liberazione nazionale che hanno condotto al drammatico, ma necessario processo di decolonizzazione – parla al presente con una contemporaneità stupefacente.

Cambiano i termini storici, ma la sostanza resta la stessa. Gli oppressori, i fascismi, i colonialismi passati e presenti reiterano triti argomenti per perpetuare la propria esistenza e asserire un’idea immutabile di passato che confermi la legittimità del proprio privilegio. Il paternalismo benevolente del potere, l’infantilizzazione dell’altro, la discriminazione sulla base del colore della pelle e della religione sopravvivono alla loro stessa stupidità.

In risposta ad uno status quo ingiusto e apparentemente immutabile, la resistenza – politica, civile, disobbediente, armata – continua a vivere rivendicando il diritto all’autodeterminazione, ad un accesso equo alle risorse, alla possibilità di essere gli autori della propria storia.

L’Algeria del 1957 è la Palestina dell’Intifada, è il Kashmir dell’estate di sangue del 2016, è la protesta degli Indiani d’America nella Riserva di Standing Rock.

Qualche tempo fa, in una conversazione i cui toni sono presto diventati animati, un amico mi ha invitato al realismo dicendo che di fronte alla violenza del potere è dovere dell’oppresso accettare la disparità delle forze ed accettare un compromesso. Mi ha detto che devo imparare a distinguere fra l’idealismo e la realpolitik: è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà, visto che il sacrificio per la libertà non hai mai portato nessun frutto.

E’ vero, mai come oggi – in giorni di barconi alla deriva, campi profughi delimitati da reti elettrificate e diritto al movimento negato sulla base della religione – è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà prendendo atto del fatto che siamo costantemente stimolati a scommettere sulla sopravvivenza e di dimenticarci della nostra esistenza.

Resistere è esistere – vivere a pieno in nome dell’equità e della libertà proponendo un modello diverso dall’oscurantismo che in nome di un dubbio beneficio immediato dissecca le radici dei diritti, del valore della diversità, della necessità di esprimere il proprio sé al di là di categorizzazioni e incasellamenti.

In La Battaglia di Algeri nel sesto giorno dello sciopero generale organizzato dal Fronte di Liberazione Nazionale, il gendarme francese al megafono sollecita la popolazione locale ricordando loro che è la Francia ad essere la loro patria ed è la Francia a sapere ciò che è meglio per il loro futuro e non i “terroristi” che cercano di manipolarli.

In un momento di grande poesia, il piccolo Omar, sgattaiolando tra il filo spinato, riesce a sottrarre il megafono ai Francesi e grida alla folla: “Fratelli algerini, fratelli, coraggio, resistete. Resistete. Non ascoltate quello che vi dicono. L’Algeria sarà libera.”

E’ con l’innocenza di questo bambino, un’innocenza che sopravvive nonostante la guerra, che dobbiamo guardare al futuro, alle potenzialità di un domani non omologato, tenendo stretto il diritto sacrosanto a esistere e resistere.

La guerra dei linguaggi

 

«Once Upon A Time» di Shamsia Hassani

L’immagine dell’Afghanistan propagandata dai media è costellata di luoghi comuni, anche quando l’argomento riguarda la produzione culturale. I finanziamenti stranieri rinforzano la visione Kabul-centrica, considerano solo le élite che parlano inglese e non lasciano margine alla creatività spontanea

Un mio articolo sull’impatto dell’economia di guerra sulla produzione culturale in Afghanistan su Il Manifesto.

Qui la versione integrale.

Due pesi e due misure

La libreria delle donne di Milano, mi ha chiesto di raccogliere un po’ di pensieri su quello che è successo a Parigi.

Visti da Kabul, dove vivo da due anni e mezzo, i fatti di Parigi del 7 gennaio sono apparsi come una delle tante, troppe, storie di ordinaria follia.

Le notizie della violenza cieca e insensata in Francia ci hanno raggiunto insieme a quelle dell’attacco alla scuola di Peshawar (16 dicembre 2014) dove sono morti 132 bambini e 9 adulti; agli attacchi dei droni della CIA in Nord Waziristan del 19 e del 28 gennaio in cui sono morte almeno 15 persone; ai numeri insensati dei morti senza nome nei villaggi di Baga e Doron Baga per mano di Boko Haram in Nigeria.

L’Occidente ha vissuto una fase di indignazione collettiva – e selettiva – senza precedenti.

Trovate qui il resto dell’articolo.

Enciclopedia delle Donne

Tempo fa, Malavika Velayanikal ha scritto di me per l’Enciclopedia delle Donne. Molto è cambiato, il viaggio si è allungato, ma parte della storia resta.

Photo Credit: Selvaprakash L.

Photo Credit: Selvaprakash L.

Francesca Recchia ha attraversato mezzo mondo, spinta dalla passione per la conoscenza. Forzando sia letteralmente che figurativamente molti confini, i suoi vagabondaggi l’hanno portata in posti insoliti e spesso pericolosi.
Francesca ha sempre infranto convenzioni e stereotipi – come quando, da adolescente, è stata la prima rappresentante d’istituto di sinistra, interrompendo la lunga tradizione politica di destra del liceo di Avezzano, in centro Italia; oppure quando, molti anni più tardi, ha fatto conoscere agli studenti della University of Kurdistan Hawler, in nord Iraq, le potenzialità del pensiero critico e di forme alternative di dialogo. Lascia il suo paese d’origine subito dopo gli anni “molto” politici del liceo. Non è stata solo la scelta di laurearsi in Conservazione dei Beni Culturali a spingerla a Venezia, dalla parte opposta dell’Italia; trasferirsi a Venezia è stato perciò per lei un modo di ricominciare da zero: «dove nessuno mi conosceva e io potevo davvero capire chi fossi e che cosa volessi». Questa è per lei una costante: «Mi sento sempre un po’ fuori posto, cerco continuamente cose diverse e finisco sempre per essere un po’ più fuori posto, ma un po’ più contenta di prima».
In ambito accademico la sua irrequietezza ha acquisito nel tempo significati diversi: non è mai stata capace di dedicarsi ad una sola disciplina, di studiare con un solo professore o in una sola università – «intellettualmente non sono monogama», dice.
Nei primi anni di università hanno cominciato a prendere forma le sue convinzioni intellettuali: l’idea che la conoscenza non sia unidirezionale e che l’intelligenza sia un prodotto collettivo, ha giocato nel tempo un ruolo importante. Un’idea potente che, in realtà, non molti accademici condividono. Per la tesi di laurea (1999) ha mescolato arte e sociologia, scrivendo sull’arte contemporanea e i suoi devianti: l’esplorazione della linea sottile fra il genio e la follia non ha raccolto il consenso di tutti i professori. La sua relatrice, Giuliana Chiaretti, è stata la sola a sostenerla e ad incoraggiare il suo approccio interdisciplinare.
Il Master in Studi Visivi al Goldsmiths College di Londra le ha cambiato la vita grazie all’incontro con Sarat Maharaj, un professore sudafricano di origini indiane.
Qui, ancora una volta, ha rotto gli schemi organizzando un gruppo di discussione alternativo aperto a tutti, in cui artisti e critici potevano incontrarsi, cosa fino a quel momento piuttosto rara. Francesca, in questa fase del suo percorso intellettuale, ha cominciato a mettere in discussione le dinamiche di produzione della conoscenza ed è così che gli Studi Postcoloniali e Subalterni hanno colpito la sua attenzione.
Quando Londra sembrava praticamente perfetta per lei, ha deciso di spostarsi di nuovo: l’Italia era nel bel mezzo della “fuga dei cervelli” e tornare le è sembrato un dovere morale.
Con una borsa di studio consegue il dottorato di ricerca in Letterature, Culture e Storie dei Paesi Anglofoni presso l’Università L’Orientale di Napoli. Dopo le ondate di migrazioni successive alla seconda guerra mondiale, l’idea di Europa è cambiata e il “noi” e gli “altri” hanno preso all’interno dei suoi confini una nuova forma.
Francesca ha subito il fascino della trasformazione di questa idea di alterità e ha deciso di scriverne per la sua tesi, utilizzando la città di Londra come caso studio.
Infrangere i muri dell’arroganza intellettuale non rende la vita semplice a nessuno, e così è stato anche per lei. Con i suoi professori di Napoli ha sempre avuto difficoltà ma “fortunatamente” Sarat Maharaj è tornato nella sua vita, invitandola a lavorare per Documenta 11, la prestigiosa mostra che segna ogni cinque anni i paradigmi dell’arte contemporanea. Da lì ha cominciato a lavorare con multiplicity, un gruppo interdisciplinare di ricerca con cui ha condiviso, dice: «l’interesse per come cambiano le città e per il modo in cui le persone e i luoghi interagiscono». A Documenta, il gruppo di cui faceva parte aveva un mantra – Sbatti contro il muro e impara ad abbracciare il tuo destino – questo è stato da allora un motto che ha continuato ad accompagnarla visto che l’unico modo in cui riesce ad imparare è sempre per la strada più difficile. Ha viaggiato con diversi gruppi di ricercatori trovando opportunità per fare lezioni, studiare ed esplorare posti quali il Pakistan, la Palestina, il Kashmir, l’Oman, la Tunisia oltre a diversi paesi europei, sempre esercitando la sua non comune abilità di interpretare patterns insoliti, di unire punti di disegni invisibili.
«Mi ha insegnato l’umiltà intellettuale e la consapevolezza che la curiosità non ha mai fine!», dice di lei Sir Peter Hall, uno dei padri fondatori dell’urbanistica europea. Con lui Francesca ha completato il post-dottorato alla Bartlett School of Planning della University College of London.
Grazie alla collaborazione nel 2008 con TU Delft, in Olanda, con il gruppo Urban Body – che si interessa di sviluppo urbano mettendo al centro della prospettiva di ricerca il corpo umano – Francesca Recchia è arrivata a Bombay, in India, dopo analoghe esperienze a Pechino e Madrid.
«Credo che l’intelligenza e la conoscenza siano processi condivisi, le mie lezioni non sono quasi mai frontali, ma fondate sulla discussione».
Lezioni e conferenze nel tempo l’hanno portata a Venezia, Milano, Delft, in India, in Pakistan, in Palestina… Francesca ha sempre pensato all’insegnamento come ad un’attività politica – un’azione politica intesa nel senso della possibilità di produrre cambiamento anche se fino a quel momento la sua esperienza sembrava mettere in discussione le sue idee: «Ero a disagio, mi sembrava di essere pagata per prestare un servizio.» Per lei, insegnare l’importanza del pensiero critico, del dialogo, della discussione, dell’apprendimento democratico è sempre stato tanto rilevante quanto trasmettere i contenuti.
Il Kurdistan iracheno è in una fase di transizione verso la democrazia e la missione della University of Kurdistan Hawler è quella di combinare tradizioni locali e pensiero contemporaneo: cercavano un docente di sociologia urbana e a Francesca Recchia questa è sembrata una occasione perfetta: l’esperienza di quei due anni sta diventando un libro che testimonia la ricchezza di quell’incontro.
Francesca è tornata in India a luglio del 2010 dove ha lavorato per un periodo alla trasformazione radicale di un villaggio rurale prima di rimettersi di nuovo in viaggio. Il mondo è lì che chiama e lei è sempre pronta a rispondere.

Scoprire l’arte a Kabul

Photo Credit: Lorenzo Tugnoli

Photo Credit: Lorenzo Tugnoli

Durnate la 14. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, il gruppo di ricerca ASK – Art, Society and Knowledge dell’Università Bocconi è stato invitato a partecipare a  Monditalia – Weekend Specials.

Per questa occasione, hanno prodotto una mia lunga intervista sulla relazione fra pratiche culturali e trasformazione sociale.

L’intervista è adesso disponibile sul sito di RAI Arte.