UR/Unreserved

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UR/Unreserved is an arts project stemming from the collaboration between maraa arts collective and Anish Victor. UR/Unreserved embarks on a train journey to investigate the margins of negotiation of identity in contemporary India.

The trigger for the project was an SMS that circulated in Bangalore in 2012 targeting specifically the population of the North Eastern states of India. The message warned the receivers that, had they not left immediately, they would have paid the consequences. The SMS proved to be fake, however, many people fled overnight, by train, fearing for their lives.

Interrogating what it means to belong, how people identify, what are the processes of representation connected to identity, what are the markers that “give away” who people are. These are fundamental questions that urgently need to be addressed in the current political context in India.

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Eight young artists from Karnataka, Kerala, Assam and Kashmir will travel for a month in sleeper coaches and unreserved train compartments engaging fellow travellers in conversations around their own experience of individual and collective identities. Through performative techniques, magic tricks, songs and games they will facilitate the possibility of an exchange around a subject that is now too risky to address with strangers. The material gathered from these conversations will become part of public happenings and of a travelling exhibition.

To make this important arts project possible there is an ongoing crowd-funding campaign.

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To support Unreserved by contributing to cover the production expenses, you can give your contribution here.

L’esercizio della responsabilità

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Storicamente, i periodi di crisi socio-politiche sono caratterizzati da grandi movimenti popolari di protesta e rivendicazione dei diritti. L’enfasi sulla dimensione di rivendicazione da una parte implica la presupposizione di un potere che ascolta, dall’altra sposta la necessità dell’azione al di là di chi protesta.
E’ forse anche per questo che un documento tanto importante quanto la Carta Universale dei Doveri e delle Responsabilità è praticamente sconosciuta. A seguito di un processo consultivo internazionale che ha coinvolto esperti, politici (fra cui Leoluca Orlando), intellettuali (inclusi Dario Fo e Gianni Vattimo) e rappresentanti di comunità, la Carta è stata redatta a Valencia nel 1998 in occasione del 50º anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sotto il patrocinio dell’UNESCO. La Carta è una versione speculare della Dichiarazione dei Diritti Umani e funziona quasi da contrappunto: a tutto ciò di cui abbiamo diritto, fa da contraltare quello che dobbiamo fare per renderlo possibile.
Premessa fondamentale del documento è la distinzione di piani fra doveri e responsabilità. I primi hanno un valore di impegno morale, che si traduce in vincolo legale attraverso l’assunzione di responsabilità: se non espletiamo a pieno i nostri doveri per garantire i diritti di tutti, siamo perseguibili penalmente.
In tempi come questi, per esempio, è importante ricordare che al sacrosanto diritto al libero movimento fa eco il dovere all’ospitalità – in particolare verso chi è dislocato a causa di guerre o carestie – nell’ottica di un’equità non solo formale, ma sostanziale.
L’articolo 38 della Carta si concentra su doveri e responsabilità tanto degli individui che delle comunità di creare le condizioni e sostenere le arti e la produzione culturale.
Lavoro da oltre dieci anni nella promozione culturale, rivitalizzazione del patrimonio immateriale e sostegno agli artisti in paesi in conflitto. Fra le ragioni che muovono il mio agire c’è la consapevolezza di una profonda interconnessione tra urgenza, diritto e dovere alla libera espressione. Alla luce della Carta, la mia attività professionale è la risposta a una chiamata all’assunzione di responsabilità per cui ciò che facciamo è parte di una tutela dei diritti tanto individuali che collettivi.

Mondana Bashid

Un concerto a Manchester; una gelateria a Baghdad; un sabato sera di divertimento nel cuore di Londra; un crocevia trafficato, una manifestazione, un funerale a Kabul. Morti e feriti a decine se non a centinaia. E tutto questo senza contare quel che ci sfugge del resto dell’Iraq, della Siria, della Nigeria e di tutti i paesi che a stento fanno notizia.

Sono giorni difficili di fatica e paura. La chiusura e il sospetto sembrano la soluzione migliore: sicuramente quella più semplice. Alzare i muri e chiudere le porte. Girare le spalle a tutto ciò che è altro da noi. Ma si tratta della scelta peggiore: vuol dire cadere nella trappola, giocare alle regole del terrore, cedere al ricatto.

Manchester, Baghdad, Kabul e Londra rispondono a gran voce al rischio di scivolare nella bigotteria.

Stamattina nella metropolitana di Londra un cartello diceva: “Tutti possono cedere, è la cosa più facile che il mondo possa fare. Ma la vera forza sta nel tenere i pezzi insieme quando nessuno si stupirebbe del collasso.” E la gelateria di Baghdad ha riaperto cinque giorni dopo essere stata attaccata. E Kabul, con le code per donare il sangue e gli appelli all’unità e i dottori che hanno lavorato senza sosta e i giornalisti che non hanno mai smesso di essere in prima linea, continua a ricordarci il valore senza prezzo dell’umanità.

In Afghanistan, dove una cultura cortese dà ancora valore al rito di scambiarsi i saluti, ho imparato uno degli auspici più belli: Mondana Bashid – che tu possa non essere mai stanco.

Non penso ci sia niente di meglio da augurarci a vicenda in un momento del genere quando la stanchezza, la paura, lo sfinimento, il senso di impotenza rischiano di prendere il sopravvento.

Mondana Bashid ai cittadini di Kabul, ai medici di emergency, ai miei amici afghani che credono nel futuro.a tutti e ciascuno di noi; a tutti quelli che, ovunque si trovino nel mondo, hanno ancora il coraggio di continuare a sperare e lavorano per rendere le cose un po’ migliori.

Mondana Bashid

A concert in Manchester; an ice cream parlour in Baghdad; a fun Saturday evening in the heart of London; a busy crossroad, a demonstration and a funeral in Kabul. Tens if not hundreds of people dead or wounded. And all this without considering what happens in Syria, in the rest of Iraq, in Nigeria as it doesn’t make the news any longer.

These are days full of fear and exhaustion. Rejection and suspicion seem to be the easiest solution: closing all the doors; building walls, turning our backs to everyone who’s other than us. It is in fact the worst choice because it means to fall in the trap, to play by the rules of terror, to accept to be blackmailed.

Manchester, Baghdad, Kabul and London are shouting back at the peril of slipping into bigotry.

This morning on a signboard on the London tube it was written: “Anyone can give up, it’s the easiest thing in the world to do. But to hold it together when everyone else would understand if you fell apart, that’s true strength.” And in the ice cream parlour in Baghdad, they went back to work five days after being hit. And Kabul – where people queued to give blood and appealed to unity and doctors worked with no rest and journalists stayed strong on the frontline to tell their story – reminds us the immense value of humanity.

In Afghanistan, where a courteous culture still gives value to the ritual of exchanging greetings, I learnt one of the most beautiful wishes: Mondana Bashid – may you never be tired.

I don’t thing there is anything better we can wish each other in a time like this when tiredness, fear, exhaustion and helplessness risk to take over.

Mondana Bashid to the citizens of Kabul, to emergency‘s doctors, to my Afghan friends who still believe in the future. Mondana Bashid to each one of us and to all those, no matter where they are in the world, who still have the courage to hope and to make things a little better.

To Resist is to Exist

images50 years ago, the revolutionary masterpiece The Battle of Algiers by Gillo Pontecorvo won the Golden Lion at the Venice Film Festival. To mark the anniversary, the film has been restaured and CG Entertainment launched a campaign to published this new edition (in Italian). To support the initiative, they asked me to engage in a conversation with this great work of art. My thougths are below and this is the link to support the campaign.

 

We live in dark times, in a precarious equilibrium between fear and inurement. The big engine of the empire huffs and puffs, hit at its core by lone wolves and organised terrorists. The chasm between us and them grows wider, defined by shortcuts and superficial understandings that seem convincing because are worded in the incontestable language of reassuring populism. We live in dark times that are nurtured by historical courses and recourses: History does not teach, human kind does not learn from past mistakes, the thirst for revenge is more satisfying than the desire for transformation. The dystopia of the present builds isolating and fragmentary geographies, designed in the negative and founded on divisions. In this grim picture, instead of the possibility of encounters, the only thing that seems to multiply are separating devices and mechanisms of exclusion: concrete walls, thousand-eyed drones, coils of barbed wire.  

Read the full article on With Kashmir 

A tavola – Pensando al Kashmir

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Due settimane fa preparavo la cena: pasta col sugo d’agnello come da tradizione abruzzese e doon chettin, una salsa di noci tipica del Kashmir. Volevo che a tavola ci fosse tanto il sapore delle sue montagne che delle mie: sapori ruvidi che scaldano il cuore.

Quella sera, dopo cena, siamo venuti a sapere che avevano arrestato (con accuse prive di giustificazione legale) Khurram Parvez, un attivista per la difesa dei diritti umani che da anni lavora per denunciare la brutalità di cui è vittima inascoltata la gente del Kashmir. Il giorno prima di essere arrestato, gli era stato impedito di imbarcarsi sull’aereo per Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare alla riunione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

E’ da quella sera che continuo a pensare al sapore di quella cena, al conforto del cibo di casa, ma anche alla moglie di Khurram Parvez che non sa quando potrà condividere di nuovo un pasto con lui e a tutte quelle donne che in Kashmir in questi giorni piangono mentre preparano il piatto preferito dei propri figli che sono stati uccisi in questi tre mesi.

Dopo 84 giorni di scontri ininterrotti in Kashmir, tra India e Pakistan tirano venti di guerra. Da entrambe le parti, gli strateghi da salotto cantano le lodi di un attacco nucleare. Inebriati di nazionalismo fascista sembrano non considerare che il confine che li divide è una linea immaginaria tracciata sulla carta e che le possibili conseguenze non si fermano a chiedere il permesso di varcare la frontiera.

I titoli dei giornali e la poca attenzione internazionale hanno raccolto al volo l’occasione per concentrarsi sulla dimensione astratta del conflitto lasciando passare in secondo piano quello che questo scontro significa per la gente. Ancora una volta il Kashmir ritorna ad essere discusso come uno spazio conteso al di qua e al di là di una linea sulla mappa invece che come il luogo di appartenenza di un popolo che da decenni lotta per il diritto a decidere per sé e per il proprio futuro. La discussione geopolitica diventa la scusa per distogliere lo sguardo dai raccolti di mele distrutti e dai campi coltivati bruciati dall’esercito, dalle ambulanze sequestrate, dai raid notturni e dagli arresti indiscriminati.

Quanti altri posti vuoti a tavola, quante cene piene di assenza ci vorranno prima che ci si renda conto che il diritto all’autodeterminazione è inviolabile e sacrosanto? Quante altre madri dovranno piangere i propri figli prima che ci si accorga che la violenza e la brutalità non riusciranno a sradicare il desiderio di libertà?

La guerra dei linguaggi

 

«Once Upon A Time» di Shamsia Hassani

L’immagine dell’Afghanistan propagandata dai media è costellata di luoghi comuni, anche quando l’argomento riguarda la produzione culturale. I finanziamenti stranieri rinforzano la visione Kabul-centrica, considerano solo le élite che parlano inglese e non lasciano margine alla creatività spontanea

Un mio articolo sull’impatto dell’economia di guerra sulla produzione culturale in Afghanistan su Il Manifesto.

Qui la versione integrale.

The Pain of Others

I wrote this bulletin a while ago, after coming back from a trip to Kashmir. I think it sums up the how and why I do what I do.

***

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I have come back from Srinagar a week ago and the voices and details of the city are still vividly present in my memory. The Dal lake, the snow-capped mountains, the windstorm that shook my last night in the city and got mingled with the lamenting voices of women praying to fight their fear.

Srinagar is not leaving me, I would like perhaps some distance, but it has decided to stay with me. The Kashmir of the almost forgotten conflict has crept under my skin.

Agha Shahid Ali, the poet who more than anyone else gave voice to the unique mixture of beauty and brutality that seems to be the essence of the Valley, has been my guide. I have looked at his Valley through the lens of his words. And Srinagar inevitably became also for me the city of daughters: where almost every man has a police record – if not as a suspect, as a spy: it seems, in fact, that there are some 170 thousand spies for a population of 10 million people – and where women make life go on, in silence, away from indiscreet gazes and the clamours of public domain.

And so it is that also the apparent quiet that surrounds Srinagar, the renewed presence of tourists, the rhetoric of the regained stability acquire a new meaning through the verses of

Agha Shahid Ali, who quotes Tacitus: solitudinem faciunt, pacem appellant – they make a desolation and call it peace.

It is not the first time that I experience this kind of desolation. It hit me in Palestine, in refugee camps in Iraq and Tunisia, in the slums of Pakistan.

But it seems that this desolation has now come back to claim a long overdue credit.

Of years of stories that I listened to, collected and preserved in my memory. Of tales of lives and places that I visited, felt and shared through my writings.

How can I do justice to so much richness and pain?

How to give proper credit to those who tell you that they feel guilty to be happy when their country is under an oppression that seems to have no end?

How do to sail in this big sea? Where is the compass that leads the path so as to preserve a sensitive eye and yet avoid pitiful sympathy? How can one tell about the power of human dignity without risking the objectifying gaze of the anthropologist who looks for truths?

Questions multiply and answers seem to slip away.

Hitting the road is the only solution I know: the source of more questions that animate the quest for more answers.

The road and a desire for care, dedication and attention – in my words and politics – towards the people and places that have told and continue telling me these stories.