To Resist is to Exist

images50 years ago, the revolutionary masterpiece The Battle of Algiers by Gillo Pontecorvo won the Golden Lion at the Venice Film Festival. To mark the anniversary, the film has been restaured and CG Entertainment launched a campaign to published this new edition (in Italian). To support the initiative, they asked me to engage in a conversation with this great work of art. My thougths are below and this is the link to support the campaign.

 

We live in dark times, in a precarious equilibrium between fear and inurement. The big engine of the empire huffs and puffs, hit at its core by lone wolves and organised terrorists. The chasm between us and them grows wider, defined by shortcuts and superficial understandings that seem convincing because are worded in the incontestable language of reassuring populism. We live in dark times that are nurtured by historical courses and recourses: History does not teach, human kind does not learn from past mistakes, the thirst for revenge is more satisfying than the desire for transformation. The dystopia of the present builds isolating and fragmentary geographies, designed in the negative and founded on divisions. In this grim picture, instead of the possibility of encounters, the only thing that seems to multiply are separating devices and mechanisms of exclusion: concrete walls, thousand-eyed drones, coils of barbed wire.  

Read the full article on With Kashmir 

Resistere è esistere

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50 anni fa, La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo vinceva il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. In occasione dell’anniversario, il film è stato restaurato e CG Entertainment ha lanciato una campagna per pubblicare questa nuova edizione. In sostegno all’iniziativa, mi hanno chiesto di raccogliere dei pensieri in risposta a questa grande opera d’arte.
Il testo
è qui di seguito e questo è il link per sostenere la campagna.

Viviamo tempi cupi, in equilibrio precario fra la paura e l’assuefazione. La grande macchina dell’impero sbuffa in affanno, colpita al cuore da lupi solitari e terroristi organizzati. Il guado tra noi e loro si allarga, un guado definito da scorciatoie spesso solcate da conoscenze superficiali che sembrano convincenti perché elaborate nella lingua incontestabile del populismo rassicurante. Viviamo tempi cupi che sono alimentati da interminabili corsi e ricorsi di vichiana memoria: la storia non insegna, il genere umano non impara dagli errori del passato, la sete di vendetta sazia più del desiderio di trasformazione. La distopia del presente costruisce geografie frammentarie e isolazioniste, disegnate al negativo e fondate sulla divisione. In questo quadro sconfortante invece della possibilità d’incontro, l’unica cosa che sembra moltiplicarsi sono i dispositivi di separazione e i meccanismi di esclusione: muri di cemento, droni dai mille occhi, bobine di filo spinato.

Cinquantadue anni fa, Gillo Pontecorvo girava La Battaglia di Algeri, un film rivoluzionario senza tempo che – raccontando la storia della resistenza algerina e dei primi passi del movimento di liberazione nazionale che hanno condotto al drammatico, ma necessario processo di decolonizzazione – parla al presente con una contemporaneità stupefacente.

Cambiano i termini storici, ma la sostanza resta la stessa. Gli oppressori, i fascismi, i colonialismi passati e presenti reiterano triti argomenti per perpetuare la propria esistenza e asserire un’idea immutabile di passato che confermi la legittimità del proprio privilegio. Il paternalismo benevolente del potere, l’infantilizzazione dell’altro, la discriminazione sulla base del colore della pelle e della religione sopravvivono alla loro stessa stupidità.

In risposta ad uno status quo ingiusto e apparentemente immutabile, la resistenza – politica, civile, disobbediente, armata – continua a vivere rivendicando il diritto all’autodeterminazione, ad un accesso equo alle risorse, alla possibilità di essere gli autori della propria storia.

L’Algeria del 1957 è la Palestina dell’Intifada, è il Kashmir dell’estate di sangue del 2016, è la protesta degli Indiani d’America nella Riserva di Standing Rock.

Qualche tempo fa, in una conversazione i cui toni sono presto diventati animati, un amico mi ha invitato al realismo dicendo che di fronte alla violenza del potere è dovere dell’oppresso accettare la disparità delle forze ed accettare un compromesso. Mi ha detto che devo imparare a distinguere fra l’idealismo e la realpolitik: è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà, visto che il sacrificio per la libertà non hai mai portato nessun frutto.

E’ vero, mai come oggi – in giorni di barconi alla deriva, campi profughi delimitati da reti elettrificate e diritto al movimento negato sulla base della religione – è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà prendendo atto del fatto che siamo costantemente stimolati a scommettere sulla sopravvivenza e di dimenticarci della nostra esistenza.

Resistere è esistere – vivere a pieno in nome dell’equità e della libertà proponendo un modello diverso dall’oscurantismo che in nome di un dubbio beneficio immediato dissecca le radici dei diritti, del valore della diversità, della necessità di esprimere il proprio sé al di là di categorizzazioni e incasellamenti.

In La Battaglia di Algeri nel sesto giorno dello sciopero generale organizzato dal Fronte di Liberazione Nazionale, il gendarme francese al megafono sollecita la popolazione locale ricordando loro che è la Francia ad essere la loro patria ed è la Francia a sapere ciò che è meglio per il loro futuro e non i “terroristi” che cercano di manipolarli.

In un momento di grande poesia, il piccolo Omar, sgattaiolando tra il filo spinato, riesce a sottrarre il megafono ai Francesi e grida alla folla: “Fratelli algerini, fratelli, coraggio, resistete. Resistete. Non ascoltate quello che vi dicono. L’Algeria sarà libera.”

E’ con l’innocenza di questo bambino, un’innocenza che sopravvive nonostante la guerra, che dobbiamo guardare al futuro, alle potenzialità di un domani non omologato, tenendo stretto il diritto sacrosanto a esistere e resistere.

On the table – Thoughts about Kashmir

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Two weeks ago I was making dinner: pasta with lamb as in the tradition of the part of Italy I come from and doon chettin, a walnut chutney typical of Kashmir. I wanted on our table the rough but heartwarming flavours of both his mountains and mine.

That evening, after dinner, we got to know that Khurram Parvez, a Kashmiri human right advocate who has been working for decades to denounce the brutality that his people has been subjected to, had been arrested (with accusations devoid of any legal justification). The day before his arrest, he was disallowed to board on a plane to Geneva where he was meant to speak at a meeting of the UN Human Rights Commission.

I can’t stop thinking about the flavour of that dinner, about the comfort that comes from the food from home. I also can’t stop thinking about Khurram Parvez’s wife, who does not know when she’ll share a meal with him again, and about all those women in Kashmir who are crying while preparing the favourite dish for their sons who have been killed in the past three months.

After 84 days of crackdown in Kashmir, winds of war blow between India and Pakistan. On both sides, armchair strategists invoke the power of a nuclear attack. Inebriated by nationalistic fascism, they do not consider that the border that separates them is only a fictional line traced on paper and that the possible consequences won’t stop at the frontier to ask for permission to cross.

Newspaper headlines and the occasional international attention, have used this chance to concentrate on the abstract dimension of the conflict sweeping aside what this actually means for the people. Yet again Kashmir is discussed as an expanse of land on either side of a line drawn on a map rather than as a land that belongs to a people who has been fighting for decades for the right to decide for themselves and their future. The abstract geopolitical discussion becomes the excuse to ignore that the armed forces destroyed the yearly apple harvest and burnt the cultivated fields; to look away from the seized ambulances, the night raids and the undiscriminated arrests.

How many more empty places at the dinner table, how many more meals full of absence are going to be needed before we recognise that the right to self-determination is inviolable and sacrosanct? How many more mothers will have to cry for the loss of their sons before we understand that violence and brutality will not eradicate the quest for freedom?

A tavola – Pensando al Kashmir

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Due settimane fa preparavo la cena: pasta col sugo d’agnello come da tradizione abruzzese e doon chettin, una salsa di noci tipica del Kashmir. Volevo che a tavola ci fosse tanto il sapore delle sue montagne che delle mie: sapori ruvidi che scaldano il cuore.

Quella sera, dopo cena, siamo venuti a sapere che avevano arrestato (con accuse prive di giustificazione legale) Khurram Parvez, un attivista per la difesa dei diritti umani che da anni lavora per denunciare la brutalità di cui è vittima inascoltata la gente del Kashmir. Il giorno prima di essere arrestato, gli era stato impedito di imbarcarsi sull’aereo per Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare alla riunione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

E’ da quella sera che continuo a pensare al sapore di quella cena, al conforto del cibo di casa, ma anche alla moglie di Khurram Parvez che non sa quando potrà condividere di nuovo un pasto con lui e a tutte quelle donne che in Kashmir in questi giorni piangono mentre preparano il piatto preferito dei propri figli che sono stati uccisi in questi tre mesi.

Dopo 84 giorni di scontri ininterrotti in Kashmir, tra India e Pakistan tirano venti di guerra. Da entrambe le parti, gli strateghi da salotto cantano le lodi di un attacco nucleare. Inebriati di nazionalismo fascista sembrano non considerare che il confine che li divide è una linea immaginaria tracciata sulla carta e che le possibili conseguenze non si fermano a chiedere il permesso di varcare la frontiera.

I titoli dei giornali e la poca attenzione internazionale hanno raccolto al volo l’occasione per concentrarsi sulla dimensione astratta del conflitto lasciando passare in secondo piano quello che questo scontro significa per la gente. Ancora una volta il Kashmir ritorna ad essere discusso come uno spazio conteso al di qua e al di là di una linea sulla mappa invece che come il luogo di appartenenza di un popolo che da decenni lotta per il diritto a decidere per sé e per il proprio futuro. La discussione geopolitica diventa la scusa per distogliere lo sguardo dai raccolti di mele distrutti e dai campi coltivati bruciati dall’esercito, dalle ambulanze sequestrate, dai raid notturni e dagli arresti indiscriminati.

Quanti altri posti vuoti a tavola, quante cene piene di assenza ci vorranno prima che ci si renda conto che il diritto all’autodeterminazione è inviolabile e sacrosanto? Quante altre madri dovranno piangere i propri figli prima che ci si accorga che la violenza e la brutalità non riusciranno a sradicare il desiderio di libertà?

No looking away: From Kabul to Kashmir

This article was first published on Kashmir Reader on the 25th of August 2016.

 

AZADII don’t understand those who don’t understand that politics comes also from the belly. Beyond the viscerality of a political existence, there are always contingent factors that, by chance or by necessity, force me to confront the reasons of what I chose, and the values for which I live. There is no looking away.
This time the occasion has come from a cup of salty tea, typical of Kashmir and of the Himalayan valleys on either side of the contested border between India and Pakistan.

A couple of days ago I was talking with one of my colleagues, he comes from Hunza, a picturesque and isolated valley 2500 meters above sea level in the extreme north of Pakistan. We were discussing about regional variations in recipes, habits and tradition of the salty tea. As he knows that I like it a lot, after our conversation he made it for me for breakfast. What he calls sheer or shur chai is a version (with butter and without baking soda) of what I know as nun chai and what for me represents the flavour of Kashmir.

Sitting across from each other, we had our tea in silence: our thoughts lost somewhere further East, in two different beautiful valleys of the Himalaya. As I was sipping from my cup, with my body in Kabul and my heart in Srinagar, he filled a bowl with bites of old bread, poured tea over them and ate the whole as a soup, nostalgically thinking of the breakfasts of his childhood.
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My cup of sheer chai made me face what I had been avoiding for days.
As I write this I am sitting in Kabul, in a beautiful late summer day that started with an unreported explosion while I was making breakfast. By nature I am not particularly fearful, squeamish or impressionable, and years of work in countries in conflict made my skin pretty thick. Yet, what is happening in Kashmir feels incomprehensible, utterly incommensurable.
It has been for more than forty-six days that I have felt the need to write about the mayhem that has taken over Kashmir, but every passing day made finding the words more difficult. I kept procrastinating, used the fact that I am busy as an excuse and looked away. My guilt, however, kept growing: my silence was becoming a form of complicity. This is the time to speak up, to take sides: the end result of a concerned silence is not different from a lax or irresponsible indifference.
For the past forty-six days the Valley has been under siege. After the killing of Burhan Wani, the young, indigenous, non-Pakistan sponsored, rebel commander fighting against Indian rule in the name of self-determination, Kashmir erupted and took it to the streets. This was by no means unannounced, the rage was simmering and slowly mounting under the surface. Those who cared looking, knew far too well that it was only a matter of time. Nobody, however, could predict that things would escalate to this level.
India responded to protests and stone pelting with an iron fist: with an unprecedented and unimaginable violence. In forty-six days almost seventy people have been killed, at least 6,000 were injured and more than 500 have been hit, mostly in the eye, by pellet guns. Curfew has been extended to both day and night, making it almost impossible even to buy milk. The Border Security Force has once again been deployed in Srinagar, a frightening reminder of the 1990s, certainly not a measure encouraging dialogue. A few days ago the Army prevented the distribution of petrol and an ambulance driver was shot at as he was taking several wounded people to the hospital.
India Kashmir Protests
After the 8th of July, when it became clear that the use of so called non-lethal weapons such as pellet guns would be part of the daily updates, it occurred to me that I had never seen one (why should I after all?) and I could not really grasp how the idea of non-lethal could possibly sit in the same sentence with a firearm. Not knowing how else I could educate myself on the subject, I thought I would check on YouTube. After a bit of browsing, and studiously trying to avoid gory images, I stumbled upon a video shot somewhere in suburban America. The protagonist was a white young man who was defending the efficiency of the pellet gun with spherical projectiles against those detractors who were trying to discredit its firepower. To demonstrate the accuracy of his thesis, he shot at a watermelon at a close range. The fruit cracked open, and the young man showed to the camera with great satisfaction that the watermelon’s inside was smashed beyond recognition.
My heart stopped and I wondered why it was that I did that to myself. I just could not bring myself to think that this was what was happening in Kashmir, to the faces of children as young as five. And not with spherical projectiles, but with modified, irregular pellets that would tear to pieces whatever they would encounter.
Pellet-scars-Mir-Suhail-Aug-12-2016

Pellet Scars, Mir Suhail

Quite literally, by hitting in the eye, the Indian government forces are not killing people directly, is attempting to kill the idea of the future. It is systematically trying to remove the possibility of looking at the future in a manner that differs from what is envisaged by those in power. This makes me wonder who is it that is really blind: those whom violence have deprived of the sun light or those who think that violence and brutality can kill ideas.
How far can this go? Would an entire population deprived of eyesight stop seeing the way towards freedom, the path to azadi?
I think of my friends, of those who hold a very special place in my heart, of the mothers whose teenage sons are protesting in the streets. I think about the anger, the fear and the right to decide for themselves.
How can one write about all this? Where are the words to be found? The other night a friend told me that there’s no point in writing in times such as these because there is really nothing left to add. Maybe it is true, there are no words to give measure to such a horror and what I am writing is irrelevant, but never like now does silence feel culpable.
At times I wish we’d live in a simpler world where a cup of salty tea could be the trigger to start changing things.
Freedom’s terrible thirst, flooding Kashmir,
is bringing love to its tormented glass,
Stranger, who will inherit the last night of the past?
Of what shall I not sing, and sing?
Agha Shahid Ali

A cup of salty tea

I don’t understand those who don’t understand that politics comes also from the belly. Beyond the viscerality of a political existence, for me there are always contingent factors that, by chance or by necessity, bring me back to the reasons of what I chose and the values for which I live.

Today the occasion has been a cup of salty tea, typical of Kashmir and of the Himalayan valleys on either side of the contested border between India and Pakistan.

A couple of days ago I was talking about it with one of my colleagues, he comes from Hunza a valley 2500 meters above sea level in the extreme north of Pakistan. We were discussing about regional variations in recipes, habits and tradition of the salty tea. As he knows that I like it a lot, he made it for me for breakfast. What he calls shur chai is a version (with butter and without baking soda) of what I know as noon chai and what for me represents the flavour of Kashmir.

As I was sipping from my cup, with my head in Kabul and my heart in Srinagar, he filled a bowl with bites of old bread, poured tea over it and ate it as a soup, nostalgically thinking of the breakfasts of his childhood.

My cup of shur chai made me face what I have been avoiding for days.

It has been for the past forty-three days that I have felt the need to write about what is happening in Kashmir, but every passing day made finding the words more difficult. I kept procrastinating and my guilt kept growing as I felt that my silence was becoming a form of complicity.  

For the past forty-three days the Valley has been under siege. After the killing of a young rebel commander fighting against Indian rule in the name of self-determination, Kashmir took it to the streets and India responded with an iron fist and unprecedented and unimaginable violence. In forty-three days almost seventy people have been killed and hundreds have been hit, mostly in the eye, by pellet guns. Quite literally, the Indian Army is systematically removing the possibility of looking at the future in a manner that differs from what is envisaged by those in power. Over the past few days, curfew has been extended to both day and night, making it almost impossible even to buy milk. The day before yesterday they prevented the distribution of petrol and an ambulance driver was shot at as he was taking several wounded people to the hospital.

I think of my friends, of those who hold a very special place in my heart, of the mothers whose teenage sons are protesting in the streets. I think about the anger, the fear and the right to decide for themselves.

How can one write about all this? Where are the words to be found? Last night a friend told me that there’s no point in writing in times such as these because there is really nothing left to add. Maybe it is true, there are no words to give measure to such horror and what I am writing is irrelevant, but never like now does silence feel culpable.

At times I wish we’d live in a simpler world where a cup of salty tea could be the trigger to start changing things.

Una tazza di te salato

Non capisco chi non capisce che la politica passa anche dalla pancia. Oltre alla visceralità dell’esistenza politica, per me ci sono anche sempre fattori contingenti che, per caso o per necessità, mi riconducono al perché di quello che ho scelto e di quello che per cui vivo.

Oggi l’occasione è stata una tazza di te salato, tipico del Kashmir e delle valli himalayane al di qua e al di là del confine contestato tra India e Pakistan.

Un paio di giorni fa ne parlavo con uno dei miei colleghi; lui viene da Hunza, una valle a 2500 metri d’altitudine nell’estremo nord del Pakistan. Discutevamo di variazioni regionali nelle ricette, di abitudini e tradizioni del te salato. Sapendo che mi piace molto, me lo ha preparato stamattina per colazione. Quello che lui chiama shur chai è una versione (con il burro e senza il bicarbonato) di quello che io conosco come noon chai e che per me rappresenta il sapore che associo col Kashmir. Mentre io bevevo la mia tazza, con la testa a Kabul e il cuore a Srinagar, lui ha riempito una ciotola con pezzi di pane vecchio, poi ha versato il te e lo ha mangiato come una zuppa, pensando con nostalgia alle colazioni di quando era bambino.

La mia tazza di shur chai mi ha messo di fronte a quello che da giorni cercavo di evitare.

Sono quarantatré giorni che sento il bisogno di scrivere di quanto sta succedendo in Kashmir, ma ogni giorno che passa rende più difficile trovare le parole. Ho continuato a procrastinare, incapace di affrontare l’impensabilità di tanto orrore. E con ogni giorno che passa cresce il senso di colpa perché sento che il mio silenzio diventa complice.

Sono quarantatré giorni che la Valle è sotto assedio. Dopo l’uccisione del giovane comandante di uno dei gruppi ribelli che combattono il controllo indiano in nome dell’autodeterminazione, il Kashmir è insorto e l’India ha risposto col pugno di ferro. Con una violenza inaudita e difficile da comprendere. In quarantatré giorni sono state uccise quasi settanta persone e centinaia sono state colpite, per lo più agli occhi, da fucili ad aria compressa. Fuor di metafora, l’esercito indiano sta sistematicamente rimuovendo la possibilità di guardare al futuro in maniera diversa da quella immaginata da chi sta al potere. Nei giorni scorsi il coprifuoco è stato esteso tanto al giorno che alla notte, rendendo praticamente impossibile anche solo comperare il latte. L’altro ieri è stata impedita la distribuzione di carburante e hanno sparato all’autista di un’ambulanza che trasportava dei feriti all’ospedale. Penso ai miei amici lì, a chi ha un posto molto speciale nel mio cuore, alle madri degli adolescenti che protestano per le strade. Alla rabbia, alla paura, al diritto di scegliere e di decidere per se stessi.

Come si scrive di tutto questo? Dove si trovano le parole? Oggi un amico mi ha detto che scrivere è inutile perché in tempi come questi non ci resta niente da aggiungere. Forse è vero, non ci sono parole che possano dare la misura dell’orrore e quello che scrivo è irrilevante, ma mai come adesso il silenzio mi sembra colpevole.

A volte vorrei tanto vivere in un mondo semplice in cui una tazza di te salato potesse essere sufficiente per cominciare a cambiare le cose.

A culture of writing in absence of freedoms

Il 12 febbraio saremo alla Fondazione Feltrinelli con Parvaiz Bukhari e Mirza Waheed a parlare di libri e Kashmir.

Gli ultimi anni hanno visto una crescita esponenziale dell’uso dei social media da parte dei giovani Kashmiri a testimonianza del bisogno di comunicare un’immagine differente e più radicata della storia politica della regione.

Riflettendo su questa situazione, la conversazione prende in esame il ruolo della scrittura, la cultura della lettura e la scelta delle possibilità di pubblicazione in un contesto in cui il conflitto si articola in termini religiosi, linguistici e coloniali.

Qui orari e indirizzo.

invito

The Pain of Others

I wrote this bulletin a while ago, after coming back from a trip to Kashmir. I think it sums up the how and why I do what I do.

***

Srinagar_01

I have come back from Srinagar a week ago and the voices and details of the city are still vividly present in my memory. The Dal lake, the snow-capped mountains, the windstorm that shook my last night in the city and got mingled with the lamenting voices of women praying to fight their fear.

Srinagar is not leaving me, I would like perhaps some distance, but it has decided to stay with me. The Kashmir of the almost forgotten conflict has crept under my skin.

Agha Shahid Ali, the poet who more than anyone else gave voice to the unique mixture of beauty and brutality that seems to be the essence of the Valley, has been my guide. I have looked at his Valley through the lens of his words. And Srinagar inevitably became also for me the city of daughters: where almost every man has a police record – if not as a suspect, as a spy: it seems, in fact, that there are some 170 thousand spies for a population of 10 million people – and where women make life go on, in silence, away from indiscreet gazes and the clamours of public domain.

And so it is that also the apparent quiet that surrounds Srinagar, the renewed presence of tourists, the rhetoric of the regained stability acquire a new meaning through the verses of

Agha Shahid Ali, who quotes Tacitus: solitudinem faciunt, pacem appellant – they make a desolation and call it peace.

It is not the first time that I experience this kind of desolation. It hit me in Palestine, in refugee camps in Iraq and Tunisia, in the slums of Pakistan.

But it seems that this desolation has now come back to claim a long overdue credit.

Of years of stories that I listened to, collected and preserved in my memory. Of tales of lives and places that I visited, felt and shared through my writings.

How can I do justice to so much richness and pain?

How to give proper credit to those who tell you that they feel guilty to be happy when their country is under an oppression that seems to have no end?

How do to sail in this big sea? Where is the compass that leads the path so as to preserve a sensitive eye and yet avoid pitiful sympathy? How can one tell about the power of human dignity without risking the objectifying gaze of the anthropologist who looks for truths?

Questions multiply and answers seem to slip away.

Hitting the road is the only solution I know: the source of more questions that animate the quest for more answers.

The road and a desire for care, dedication and attention – in my words and politics – towards the people and places that have told and continue telling me these stories.

Il dolore degli altri

Ho scritto questo bollettino qualche tempo fa, di ritorno da un viaggio in Kashmir. Racconta in qualche modo quello il perché e il come di quello che faccio.

***

Sono tornata da Srinagar da una settimana, ma le voci, le sfumature, i dettagli della città sono ancora presenti e vividi nella memoria. Il lago Dal, le montagne innevate all’orizzonte, la tempesta di vento che ha scosso la mia ultima notte in città inframmezzata dalle voci lamentose delle donne in preghiera per sconfiggere la paura.

Srinagar non mi lascia, forse vorrei una tregua e invece resta con me.

Il Kashmir del conflitto di cui non si parla mi si è infilato sotto la pelle.

Srinagar_01Agha Shahid Ali, il poeta che più di ogni altro ha dato voce alla mescolanza unica di bellezza e brutalità che sembra essere l’essenza del paese, mi ha fatto da guida: ho visto i suoi luoghi attraverso la lente delle sue parole e Srinagar è diventata inevitabilmente anche per me la città delle figlie, dove quasi tutti gli uomini sono schedati dalla polizia se non come sospettati allora come spie – sembrano ce ne siano cento settanta mila in un paese dove gli abitanti sono dieci milioni – e dove le donne portano avanti la vita, in silenzio, fuori dagli sguardi indiscreti e dai clamori della dimensione pubblica.

Ed è così che anche la calma apparente che avvolge Srinagar, la rinnovata presenza di turisti, la retorica della riconquistata stabilità prendono significato dai versi di Agha Shahid Ali, che cita Tacito: solitudinem faciunt, pacem appellant – portano desolazione e la chiamano pace.

Non è la prima volta che faccio esperienza di questa desolazione, mi ha colpito in Palestina, nei campi di sfollati in Iraq e in Tunisia, negli slum del Pakistan.

Ma sembra che questa volta sia tornata a chiedere il conto.

Di anni di storie ascoltate, raccolte e conservate nella memoria. Di vite raccontate, di posti visti, sentiti e condivisi attraverso le parole.

Come fare giustizia a tanta ricchezza e tanto dolore?

Come dare il giusto credito a chi ti dice che si sente in colpa ad essere felice quando il proprio paese è vittima di un’oppressione che non sembra avere via d’uscita?

Come si naviga in questo mare? Dove è la bussola che guida il mio percorso in modo da conservare la delicatezza dello sguardo ed evitare un morboso senso di pena? Come si racconta la potenza della dignità umana senza l’atteggiamento oggettivante di un antropologo a caccia di verità?

Le domande si moltiplicano e le risposte sembrano sfuggire.

La strada è l’unica soluzione che conosco: la fonte di altre domande che porta al desiderio di cercare altre risposte.

La strada e un desiderio di cura, di dedizione e di attenzione – nella politica e nelle parole – per le persone e i luoghi che mi hanno raccontato e continuano a raccontarmi queste storie.