Mondana Bashid

Un concerto a Manchester; una gelateria a Baghdad; un sabato sera di divertimento nel cuore di Londra; un crocevia trafficato, una manifestazione, un funerale a Kabul. Morti e feriti a decine se non a centinaia. E tutto questo senza contare quel che ci sfugge del resto dell’Iraq, della Siria, della Nigeria e di tutti i paesi che a stento fanno notizia.

Sono giorni difficili di fatica e paura. La chiusura e il sospetto sembrano la soluzione migliore: sicuramente quella più semplice. Alzare i muri e chiudere le porte. Girare le spalle a tutto ciò che è altro da noi. Ma si tratta della scelta peggiore: vuol dire cadere nella trappola, giocare alle regole del terrore, cedere al ricatto.

Manchester, Baghdad, Kabul e Londra rispondono a gran voce al rischio di scivolare nella bigotteria.

Stamattina nella metropolitana di Londra un cartello diceva: “Tutti possono cedere, è la cosa più facile che il mondo possa fare. Ma la vera forza sta nel tenere i pezzi insieme quando nessuno si stupirebbe del collasso.” E la gelateria di Baghdad ha riaperto cinque giorni dopo essere stata attaccata. E Kabul, con le code per donare il sangue e gli appelli all’unità e i dottori che hanno lavorato senza sosta e i giornalisti che non hanno mai smesso di essere in prima linea, continua a ricordarci il valore senza prezzo dell’umanità.

In Afghanistan, dove una cultura cortese dà ancora valore al rito di scambiarsi i saluti, ho imparato uno degli auspici più belli: Mondana Bashid – che tu possa non essere mai stanco.

Non penso ci sia niente di meglio da augurarci a vicenda in un momento del genere quando la stanchezza, la paura, lo sfinimento, il senso di impotenza rischiano di prendere il sopravvento.

Mondana Bashid ai cittadini di Kabul, ai medici di emergency, ai miei amici afghani che credono nel futuro.a tutti e ciascuno di noi; a tutti quelli che, ovunque si trovino nel mondo, hanno ancora il coraggio di continuare a sperare e lavorano per rendere le cose un po’ migliori.

In search for words

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Photo by Kevin Frayer / AP

Yesterday Afghanistan has lived through yet another bloody day: three attacks in three cities (Lashkar Gah, Kabul, Kandahar) and tens of casualties. We had barely managed to process the horror of one event that another followed. It has been a difficult time and our thoughts were once again with those whose only fault is to work in the wrong place.

At a personal level, days like these add doubts to the emotional tiredness of being an indirect witness of a war that never seems to end. On days like yesterday it seems more difficult to give myself a convincing answer on why not only is it important but also necessary to work on art and cultural production in a country like Afghanistan in a moment like this. The uneasiness that this hesitation generates is difficult to manage both for myself and for those who are close to me. Silence in these circumstances is never productive neither is indulging in the malaise. The frustration, however, is there and needs an outlet.

Yet, I’ll never cease to be surprised by the fact that answers always come when you least expected them.

I met an old friend, K., who told me a story. Last November I organised a training for 120 artists from various disciplines coming from different corners of Afghanistan. K. took part in the training and since then he has been telling me what a unique opportunity of exchange and encounters it was. I really don’t like flattery so more than once I told him that he was exaggerating and was being so kind only because we are friends.

Sipping his tea, he told me that, without me knowing, one of the artists participating in the seminar was illiterate: a musician who can play wonderfully, but cannot read and write. The participatory and inclusive method that characterised the seminar, as well as the fact that it was conducted in local languages rather than in English as it is generally the case, allowed him to take part in it and draw from it great motivation.

In order not to waste the possible fruits that could come from this achievement, K. told that he made a deal with the musician since for the first time his work could be promoted and supported irrespective of the fact that he cannot read and write.

The deal is this: K. offered to help the musician to fill the form to apply for the grants that my project offers on the condition that he would enrol in an evening school.

The musician, whose name I don’t know, has started attending a literacy class at the beginning of January.

Moments of hope like this one give me strength and are an unexpected gift that provides me with the words to give an answer, however temporary, to my doubts and questions.

Alla ricerca delle parole

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Photo by Kevin Frayer / AP

Ieri l’Afghanistan ha vissuto l’ennesima giornata di sangue: tre attentati in tre città (Lashkar Gah, Kabul, Kandahar) e decine di morti. Nel corso della giornata facevamo appena in tempo ad assimilare l’orrore di una notizia che ne seguiva un’altra: sono state ore pesanti, col pensiero ancora una volta a coloro che hanno come unica colpa quella di lavorare nel posto sbagliato.

A livello personale giornate così aggiungono il dubbio alla fatica emotiva di essere testimone indiretto di una guerra che sembra non avere mai fine. In giorni come quello di ieri sembra più difficile darmi delle risposte convincenti sul perché sia non solo importante, ma anche necessario, occuparsi di arte e di produzione culturale in un momento come questo in un paese come l’Afghanistan. Il malumore che genera questo affanno diventa difficile da gestire sia per me che per chi mi sta intorno. Il silenzio in questi casi non é mai produttivo, così come non lo é indulgere nel proprio malessere. La frustrazione resta e cerca vie d’uscita.

Eppure, non finirò mai di sorprendermi del fatto che le risposte arrivino sempre quando uno meno se le aspetta.

Ho incontrato un vecchio amico, K., e mi ha raccontato una storia. A novembre scorso ho organizzato un seminario di formazione per 120 artisti di varie discipline, provenienti da ogni angolo dell’Afghanistan. K. ha partecipato al seminario e da allora continua a dire quanto sia stata un’occasione unica di incontro e di scambio. In generale non amo le lusinghe e quindi più di una volta gli ho detto che stava esagerando ed era così generoso solo perché siamo amici. Sorseggiando la sua tazza di te mi ha raccontato che, senza che io lo sapessi, uno degli artisti partecipanti al seminario era analfabeta: un musicista che suona meravigliosamente, ma che non sa né leggere e né scrivere. Il metodo partecipativo e interattivo che ha caratterizzato il seminario, e l’uso delle lingue locali invece dell’inglese come solitamente accade, ha consentito al musicista di partecipare e di trarne grande motivazione.

Per non perdere i possibili frutti di questa conquista, K. mi ha detto che alla fine del seminario lui e il musicista hanno fatto un patto visto che concretamente esiste per la prima volta la possibilità che il suo lavoro venga promosso e sostenuto nonostante non sappia né leggere e né scrivere. Il patto é questo: K. si é offerto di aiutare il musicista a fare domanda alla fine dell’anno per accedere ai finanziamenti previsti dal mio progetto a condizione che cominciasse ad andare alle scuole serali.

Il musicista, di cui non conosco il nome, ha iniziato infatti il corso di alfabetizzazione per adulti all’inizio di gennaio.

Sprazzi di speranza come questo sono un’ancora di salvezza e un dono inaspettato che offre le parole per dare una risposta, almeno temporanea, alle mie domande.

Learning to read

I have been studying Dari for a year now and I finally reached a functional level that allows me to ask to change the dynamo of the generator, check with the plumber that the sewage finally works properly and converse with taxi drivers – mostly about God and religion, conversations that – beyond the language barrier, often leave me with questions that I am not capable to answer.

I have learnt the alphabet since the very beginning, but it has only need a week since I started reading out loud.

It made me feel like a little girl again and Sister Fidalma came to mind – she was the incredibly old nun who gave me reading tuitions when I was in school. When I was little, it took me a very long time before I learnt to read properly. My first oculist got my prescriptions wrong and, despite huge baby-pink specs, I could hardly see anything and the letters on the page would hopelessly blur.

It is funny to think now that my first active relationship with books was one of effort and frustration and it makes me happy to look back and see how much things have changed.

Learning to read as an adult is turning into a funding moment in my personal development. It is a humbling experience where I have to look at myself and my limits without filters or excuses: there is no bluff and there is no hiding. Reading out loud a syllable after the other is embarrassing – I have the impression to blush every time I finish reading a word; making banal mistakes is frustrating, but reaching the end of a sentence – exhausted after barely five words – is a priceless and unforgettable pleasure.

Sayed, my fantastic teacher, has found the right balance with me: he pulls my leg and encourages me at the same time, he helps me laugh at my efforts and not to take myself too seriously.

There is so much that we take as a given, we hardly question our abilities and all those things we believe we are entitled to.

Starting from scratch again is reminding me of the importance of humility, of the satisfaction of small steps, and of the genuine joy of simple achievements.

Imparare a leggere

Studio il Dari ormai da un anno, sono arrivata ad un livello tale per cui posso chiedere di cambiare la dinamo del generatore, verificare che l’idraulico abbia riparato la fogna per bene e conversare con i tassisti – spesso di Dio e di questioni religiose a cui difficilmente riesco a dare risposta.

Sin dall’inizio ho imparato l’alfabeto, ma è solo da una settimana che ho cominciato a fare esercizi di lettura ad alta voce.

Mi sono sentita di nuovo una ragazzina e mi è tornata in mente Suor Fidalma, la suora vecchissima che mi dava ripetizione di lettura. Da piccina, mi ci è voluto tantissimo tempo per imparare a leggere. Il mio primo oculista aveva sbagliato la prescrizione delle lenti e nonostante avessi dei giganteschi occhiali rosa confetto, fondamentalmente non vedevo un granché e le lettere sulla pagina si confondevano.

Strano pensare come il mio primo rapporto attivo con i libri sia stato caratterizzato dalla fatica e dalla frustrazione, ed è bello guardarsi indietro e vedere quante cose siano cambiate.

Imparare a leggere da adulta si sta rivelando un’esperienza fondamentale nella mia formazione personale. E’ un confronto con me stessa e con i miei limiti: c’è poco da bluffare e non ci sono sconti. Sillabare ad alta voce è imbarazzante – ho l’impressione di arrossire ogni volta che leggo una parola – fare errori banali è frustrante, ma arrivare in fondo alla prima riga, stanchissima dopo cinque parole, è un’esperienza assolutamente indimenticabile. Sayed, il mio fantastico maestro, ha trovato la giusta misura: mi prende in giro e mi incoraggia, mi aiuta a ridere delle mie difficoltà e a non prendermi troppo sul serio.

Si dà così tanto per scontato, su noi stessi sulle nostre capacità e su quello che ci sembra ci sia dovuto. Ricominciare da zero, mi sta ricordando l’importanza dell’umiltà, la soddisfazione dei piccoli passi e la gioia genuina dei traguardi semplici.