The architecture of conflicts

I will be part of a round table discussion on the 15th of June at The Triennale in Milan during the Milano Arch Week 2017.

Here are the details:

 15th June 2017 La Triennale – Giardino delle Sculture
16.30 / 17.30 TALK
THE ARCHITECTURE OF CONFLICTS:A DIALOGUE AROUND LANGUAGES,  TERRITORIES AND REPRESENTATION
moderato da Camillo Boano con:
* Eyal Weizman,
* A
mos Gitai,
* Francesca Recchia,
* Arcò,
* Vento di Terra

Hope to see you there

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Mondana Bashid

Un concerto a Manchester; una gelateria a Baghdad; un sabato sera di divertimento nel cuore di Londra; un crocevia trafficato, una manifestazione, un funerale a Kabul. Morti e feriti a decine se non a centinaia. E tutto questo senza contare quel che ci sfugge del resto dell’Iraq, della Siria, della Nigeria e di tutti i paesi che a stento fanno notizia.

Sono giorni difficili di fatica e paura. La chiusura e il sospetto sembrano la soluzione migliore: sicuramente quella più semplice. Alzare i muri e chiudere le porte. Girare le spalle a tutto ciò che è altro da noi. Ma si tratta della scelta peggiore: vuol dire cadere nella trappola, giocare alle regole del terrore, cedere al ricatto.

Manchester, Baghdad, Kabul e Londra rispondono a gran voce al rischio di scivolare nella bigotteria.

Stamattina nella metropolitana di Londra un cartello diceva: “Tutti possono cedere, è la cosa più facile che il mondo possa fare. Ma la vera forza sta nel tenere i pezzi insieme quando nessuno si stupirebbe del collasso.” E la gelateria di Baghdad ha riaperto cinque giorni dopo essere stata attaccata. E Kabul, con le code per donare il sangue e gli appelli all’unità e i dottori che hanno lavorato senza sosta e i giornalisti che non hanno mai smesso di essere in prima linea, continua a ricordarci il valore senza prezzo dell’umanità.

In Afghanistan, dove una cultura cortese dà ancora valore al rito di scambiarsi i saluti, ho imparato uno degli auspici più belli: Mondana Bashid – che tu possa non essere mai stanco.

Non penso ci sia niente di meglio da augurarci a vicenda in un momento del genere quando la stanchezza, la paura, lo sfinimento, il senso di impotenza rischiano di prendere il sopravvento.

Mondana Bashid ai cittadini di Kabul, ai medici di emergency, ai miei amici afghani che credono nel futuro.a tutti e ciascuno di noi; a tutti quelli che, ovunque si trovino nel mondo, hanno ancora il coraggio di continuare a sperare e lavorano per rendere le cose un po’ migliori.

Mondana Bashid

A concert in Manchester; an ice cream parlour in Baghdad; a fun Saturday evening in the heart of London; a busy crossroad, a demonstration and a funeral in Kabul. Tens if not hundreds of people dead or wounded. And all this without considering what happens in Syria, in the rest of Iraq, in Nigeria as it doesn’t make the news any longer.

These are days full of fear and exhaustion. Rejection and suspicion seem to be the easiest solution: closing all the doors; building walls, turning our backs to everyone who’s other than us. It is in fact the worst choice because it means to fall in the trap, to play by the rules of terror, to accept to be blackmailed.

Manchester, Baghdad, Kabul and London are shouting back at the peril of slipping into bigotry.

This morning on a signboard on the London tube it was written: “Anyone can give up, it’s the easiest thing in the world to do. But to hold it together when everyone else would understand if you fell apart, that’s true strength.” And in the ice cream parlour in Baghdad, they went back to work five days after being hit. And Kabul – where people queued to give blood and appealed to unity and doctors worked with no rest and journalists stayed strong on the frontline to tell their story – reminds us the immense value of humanity.

In Afghanistan, where a courteous culture still gives value to the ritual of exchanging greetings, I learnt one of the most beautiful wishes: Mondana Bashid – may you never be tired.

I don’t thing there is anything better we can wish each other in a time like this when tiredness, fear, exhaustion and helplessness risk to take over.

Mondana Bashid to the citizens of Kabul, to emergency‘s doctors, to my Afghan friends who still believe in the future. Mondana Bashid to each one of us and to all those, no matter where they are in the world, who still have the courage to hope and to make things a little better.

Who cleans the city?

After the IS attack at a demonstration in Kabul on the 23rd of July 2016, I wrote a tribute to those who clean the city afterwords and allow us to move on with dignity. We all thought that it was worst attack since 2001 – until yesterday when Kabul was hit again. The figures of the attack are mind-numbing: 93 killed and more than 450 injured.

Today, sadly, my thoughts go again to those who clean the city.

*

The day after is always difficult.

Yesterday’s suicide attack has been the worst in Kabul since 2001–the victims were all civilians, all young: a terrible blast for the already fragile heart of the city.

With the sombering and heavy attitude that characterizes a national day of mourning, the city this morning woke up and went on with its business as usual. Kabul is a strong city, a city that reacts and doesn’t break. Her formidable resilience is one of the first things one discovers and falls in love with upon moving here. Life goes on no matter what, you roll your sleeves and move on–this is a way of looking at the world that is a profound source of inspiration.

This morning I woke up with a thought that I still can’t get out of my head: I keep thinking about those who clean the city, about those who work before day breaks to remove all the traces of a horror such as yesterday’s.

It is well known that Kabul’s strength is in her ability to start afresh every time, but we don’t know anything about those who make it possible, about those who scrub the blood off the asphalt, who collect what remains, who hose away all that has to disappear.

We probably owe them the fact that we can move on, to these silent restorers of normalcy; to those who, in Kabul or Baghdad or Srinagar, have the task of disguising smells, of remodelling the facade of the ordinary, of hiding the traces of traumas that are too difficult even to imagine.

I don’t know who they are, I don’t know their faces and I wonder what they may think – a prayer or a curse–while they clean up surrounded by the night. I thought, however, it was important to write about them – to exorcise that obsessive thought, but also to pay my respects to those who, probably without knowing, allow us to look ahead into the future.

 

Chi pulisce la città

Ho scritto un tributo a coloro che puliscono la città dopo gli attentati, in occasione della bomba del 23 luglio 2016 a Kabul. La loro presenza silenziosa ci dà la possibilità di guardare avanti con dignità.

Dopo l’attentato terribile di ieri in cui i morti confermati sono 93 e i feriti piu’ di 450, il mio pensiero torna di nuovo a loro.

l giorno dopo, si sa, è sempre difficile.

Quella di ieri è stata, per Kabul, la strage peggiore dal 2001 – tutti civili, tutti giovani, un colpo al cuore già fragile della città. Con la sobrietà che caratterizza un giorno di lutto nazionale, la città stamattina si è svegliata e ha ricominciato a vivere dopo un pomeriggio passato col fiato sospeso. Kabul è una città forte, una città che reagisce e non si lascia piegare. La sua resilienza formidabile è una delle prime cose che si scoprono quando si viene a vivere qui. La vita va avanti, nonostante tutto e tutti: ci si rimbocca le maniche e si guarda avanti – un modo di vedere il mondo che è una profonda fonte d’ispirazione.

Stamattina mi sono svegliata con un pensiero fisso che non riesco a togliermi dalla testa: continuo a pensare a chi pulisce la città, a quelli che in silenzio entrano in azione prima dell’alba e ripuliscono la città dalle tracce di un orrore come quello di ieri. Si dice che la forza di Kabul sta nel fatto che riesce sempre a ricominciare, ma non si dice mai niente di quelli che lo rendono possibile, di quelli che strofinano il sangue via dall’asfalto, di quelli che raccolgono i resti e con le pompe lavano via tutto quello che deve scomparire. E’ a loro che probabilmente si deve il fatto che si possa andare avanti, a questi silenziosi restauratori della normalità che, a Kabul come a Baghdad o a Srinagar, hanno il compito di mascherare gli odori, restaurare il sipario dell’ordinario, nascondere le tracce di traumi difficili da immaginare.

Non ho idea di chi siano o che faccia abbiano, non ho idea di che cosa possa passare loro per la testa, se una preghiera o una bestemmia, mentre strofinano avvolti dalla notte. Ho pensato che fosse importante scrivere di loro – per esorcizzare un pensiero ossessivo e per rendere omaggio a chi, forse senza saperlo, ci rende possibile guardare al futuro.

Questo testo è stato pubblicato su Q Code Mag