Important questions

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A while ago, a friend of my mother’s asked me if one of her 8th grade students could send me some questions for a research she was preparing for her final exam. I said yes without giving it too much thinking. A few weeks later I received the questions and realised how much responsibility was attached to my answers. I was faced with the difficult task of balancing honesty and simplicity, of keeping my cynicism at bay while articulating my answers so as to give full value to the sensitivity of Sara’s questions. It gives me hope to know that, in the general confusion of these blind times, a thirteen year old girl would like to know what is going on in different corners of the world. As our “interview” has been for me a very important occasion to stop and reflect, I thought it would be nice to share it.

Sara: What are the daily life conditions of the civilian population?

Francesca: In the past year, things in Afghanistan have deteriorated. Even though the war here has almost been forgotten, its impact on the civilian population is still enormous. UNAMA, the UN Agency that is specifically dedicated to Afghanistan, recently published a report stating that 2016 has been one of the worst years for civilians since the beginning of the war. Because of the on-going violence, in the last twelve months 650 thousand people have been forced to leave their homes and head to nearby cities or villages or ended up in refugee camps in order to find a safer place to live. Imagine: the population of fifteen cities like Avezzano [our home town] forced to flee: the numbers are immense and mind boggling. Moreover, this past winter, things have been even more difficult as there has been a lot of snow and avalanches. Many remote areas of the country have been almost impossible to reach because of the conflict hence making the living conditions of civilians – especially the poorest ones – really dire.

Sara: Are there still terrorist attacks? How can people protect themselves?

Francesca: The only way we can protect ourselves from war is to continue living our daily lives without being overpowered by fear. Keep going and keep working for a better tomorrow: I don’t think there is any other possible protection.

Sara: Can you communicate easily with local people? Do you think you manage to understand their needs and hardships?

Francesca: I work with art and cultural production. We can say that my work – in Kabul as everywhere else in the world – is dedicated to the needs of the mind and the spirit more than to the needs of the body. I have spent the past four and a half years in Afghanistan concentrating on this kind of “care”. I have learnt a lot in these years and I keep learning something new every day. In order to be able to understand – to use your words – people’s needs and hardships the important thing is to listen, to be open to the reality of a new place without the presumption of having all the answers and all the solutions before even having landed. Such a blind attitude will take you nowhere and will bring no good to you or to anyone around you.

Sara: How many and which organisations are active in the country and for which purposes?

Francesca: Afghanistan is full of local and international organisations active in various fields: from education to the defence of the environment, from building roads to vaccination. Some organisations do very good work, they are serious and committed; others take advantage of the many existing needs and of the fact that the international community continues to send a lot of money. It is really a mixed bag. If I have to give you an example of excellence, I have no doubt: emergency is at the top of the list. They build hospitals for the victims of war; they work with bravery, dedication and humility. We really have a lot to learn from people like them.

Sara: What is the security situation for you volunteers?

Francesca: It is important to understand that the majority of those who work in Afghanistan are not volunteers, but paid (sometimes overpaid) professionals who do their job in a difficult context. Taking care of the foreigners’ security is a very complex and incredibly costly business made of armoured cars, bodyguards and so-called security protocols – that is rules and practices of behaviour in a situation of risk. There are many nuances and your questions opens a complicated reflection on how to behave as well as on the “why” of certain choices.

Sara: Is there still a possibility to improve the political situation?

Francesca: The possibility of improvement is something we should never ever doubt – else we lose hope for the future. The real challenge is to understand the path for this improvement and the required ways and timelines. This is a shared responsibility between governments and civil society. For those like you, who are far away, it is important to keep remembering these wars even though they are no longer prominent in the news.

Domande importanti

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Un po’ di tempo fa, un’amica di mia mamma mi ha chiesto se una sua allieva potesse mandarmi delle domande sul lavoro che faccio per la sua ricerca per l’esame di terza media. Ho detto di si senza troppo pensare. Dopo qualche settimana mi sono arrivate le domande di Sara e mi sono resa conto che alle mie risposte era legata una grande responsabilità. Mi sono trovata davanti al compito difficile di bilanciare onestà e semplicità, tenendo a freno il cinismo e articolando delle risposte che valorizzassero il tono attento e sensibile delle domande di Sara. Da speranza sapere che nella confusione generale di questo tempo cieco, una ragazza di tredici anni abbia voglia di conoscere quel che succede in altri angoli del mondo. La nostra “intervista” è stata per me un’occasione importante di riflessione che mi fa piacere condividere.

Sara: Qual è la situazione attuale relativamente alla vita quotidiana dei civili?

Francesca: Nell’ultimo anno, in Afghanistan le cose sono molto peggiorate. Nonostante questa sia una guerra quasi dimenticata, il peso che il conflitto ha sui civili è enorme. L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa specificamente dell’Afghanistan, l’UNAMA, ha pubblicato un nuovo rapporto la scorsa settimana in cui rivela che il 2016 è stato uno degli anni peggiori per i civili dall’inizio della guerra quindici anni fa. Per le continue violenze più di 650 mila persone solo lo scorso anno sono state costrette a lasciare le proprie case e spostarsi in città o villaggi vicini o in campi profughi per cercare un posto più sicuro dove vivere. Immagina, quindici città grandi come Avezzano costrette a spopolarsi: sono numeri enormi e difficili da immaginare.

Questo inverno, poi, le cose sono state particolarmente complicate perché c’è stata tanta neve e molte valanghe e alcune zone del paese sono quasi impossibili da raggiungere per via della guerra, rendendo la situazione dei civili – soprattutto dei più poveri – ancora più pesante.

Sara: Ci sono ancora attacchi terroristici? Come i civili possono difendersi?

Francesca: L’unico modo in cui ci si può difendere dalla guerra è continuare a vivere la propria vita e non farsi sopraffare dalla paura. Andare avanti e continuare a sperare in un domani migliore, non credo ci sia altra difesa possibile.

Sara: Riuscite a comunicare facilmente con le persone del posto, e a rilevare le loro difficoltà/esigenze?

Francesca: Io mi occupo di arte e produzione culturale. Il mio lavoro – a Kabul come in ogni altra parte del mondo – è, se la vogliamo dire così, dedicato alle esigenze della mente e dello spirito, più che a quelle del corpo. Ho dedicato gli scorsi cinque anni a questo tipo di “cura”. Sono anni in cui ho imparato molto e continuo ogni giorno ad imparare qualcosa di nuovo. La cosa importante per, usando le tue parole, comunicare e rilevare le esigenze delle persone è quella di essere disposti all’ascolto, di essere aperti a capire la realtà di un posto tanto diverso dal nostro senza la presunzione di arrivare in partenza già con tutte le risposte e le soluzioni a tutti i problemi. Un atteggiamento del genere penso che non porti da nessuna parte e non faccia bene né a noi né a chi ci sta intorno.

Sara: Sul territorio quante /quali associazioni/organizzazioni operano e per quali scopi?

Francesca: L’Afghanistan è pieno di organizzazioni locali e internazionali che si occupano delle cose più disparate, dall’educazione, alla difesa dell’ambiente, alla costruzione delle strade e alle vaccinazioni. Alcune organizzazioni fanno un gran buon lavoro, serio e importante; altre approfittano un po’ del bisogno e del fatto che la comunità internazionale continua a mandare tanti soldi nel paese. C’è un po’ di tutto. Se ti devo nominare un esempio di eccellenza, su tutti c’è la nostra emergency: costruiscono ospedali per le vittime di guerra, lavorano con coraggio, dedizione e umiltà; la loro è una storia da cui c’è davvero molto da imparare.

Sara: Qual è il livello di sicurezza di voi volontari?

Francesca: E’ importante chiarire che chi lavora in Afghanistan non è un volontario, ma un professionista pagato (a volte molto) per fare il proprio lavoro in un contesto difficile.

La sicurezza degli stranieri è una cosa complessa e costosissima fatta di macchine blindate, guardie e quelli che si chiamano protocolli di sicurezza ossia dei modi di comportamento da tenere in situazioni di rischio. Ci sono molte sfumature e questa è una domanda molto complicata che apre delle riflessioni molto complesse sul come ci si comporta e il perché di certe scelte.

Sara: Esiste secondo voi una possibilità di migliorare la situazione politica?

Francesca: La possibilità del miglioramento è una cosa di cui non si deve mai dubitare, altrimenti si rischia di perdere la speranza per il futuro. Capire quale sia il percorso necessario per il miglioramento, con i suoi tempi e modi, è la grande sfida e una responsabilità condivisa fra la società civile e il governo. Per chi sta lontano, credo che la cosa importante sia non dimenticare le guerre perché ad un certo punto non fanno più notizia.

Sara: Quali siti posso consultare per avere uno spaccato reale della situazione politica e sociale?

Francesca: Non conosco molte risorse utili in italiano. C’è il sito di emergency http://www.emergency.it/index.html; ci sono gli scritti di Giuliano Battiston che viaggia spesso in Afghanistan http://talibanistan.blogautore.espresso.repubblica.it/ e ci sono alcuni articoli interessanti su Q Code Magazine http://www.qcodemag.it/

In search for words

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Photo by Kevin Frayer / AP

Yesterday Afghanistan has lived through yet another bloody day: three attacks in three cities (Lashkar Gah, Kabul, Kandahar) and tens of casualties. We had barely managed to process the horror of one event that another followed. It has been a difficult time and our thoughts were once again with those whose only fault is to work in the wrong place.

At a personal level, days like these add doubts to the emotional tiredness of being an indirect witness of a war that never seems to end. On days like yesterday it seems more difficult to give myself a convincing answer on why not only is it important but also necessary to work on art and cultural production in a country like Afghanistan in a moment like this. The uneasiness that this hesitation generates is difficult to manage both for myself and for those who are close to me. Silence in these circumstances is never productive neither is indulging in the malaise. The frustration, however, is there and needs an outlet.

Yet, I’ll never cease to be surprised by the fact that answers always come when you least expected them.

I met an old friend, K., who told me a story. Last November I organised a training for 120 artists from various disciplines coming from different corners of Afghanistan. K. took part in the training and since then he has been telling me what a unique opportunity of exchange and encounters it was. I really don’t like flattery so more than once I told him that he was exaggerating and was being so kind only because we are friends.

Sipping his tea, he told me that, without me knowing, one of the artists participating in the seminar was illiterate: a musician who can play wonderfully, but cannot read and write. The participatory and inclusive method that characterised the seminar, as well as the fact that it was conducted in local languages rather than in English as it is generally the case, allowed him to take part in it and draw from it great motivation.

In order not to waste the possible fruits that could come from this achievement, K. told that he made a deal with the musician since for the first time his work could be promoted and supported irrespective of the fact that he cannot read and write.

The deal is this: K. offered to help the musician to fill the form to apply for the grants that my project offers on the condition that he would enrol in an evening school.

The musician, whose name I don’t know, has started attending a literacy class at the beginning of January.

Moments of hope like this one give me strength and are an unexpected gift that provides me with the words to give an answer, however temporary, to my doubts and questions.

Alla ricerca delle parole

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Photo by Kevin Frayer / AP

Ieri l’Afghanistan ha vissuto l’ennesima giornata di sangue: tre attentati in tre città (Lashkar Gah, Kabul, Kandahar) e decine di morti. Nel corso della giornata facevamo appena in tempo ad assimilare l’orrore di una notizia che ne seguiva un’altra: sono state ore pesanti, col pensiero ancora una volta a coloro che hanno come unica colpa quella di lavorare nel posto sbagliato.

A livello personale giornate così aggiungono il dubbio alla fatica emotiva di essere testimone indiretto di una guerra che sembra non avere mai fine. In giorni come quello di ieri sembra più difficile darmi delle risposte convincenti sul perché sia non solo importante, ma anche necessario, occuparsi di arte e di produzione culturale in un momento come questo in un paese come l’Afghanistan. Il malumore che genera questo affanno diventa difficile da gestire sia per me che per chi mi sta intorno. Il silenzio in questi casi non é mai produttivo, così come non lo é indulgere nel proprio malessere. La frustrazione resta e cerca vie d’uscita.

Eppure, non finirò mai di sorprendermi del fatto che le risposte arrivino sempre quando uno meno se le aspetta.

Ho incontrato un vecchio amico, K., e mi ha raccontato una storia. A novembre scorso ho organizzato un seminario di formazione per 120 artisti di varie discipline, provenienti da ogni angolo dell’Afghanistan. K. ha partecipato al seminario e da allora continua a dire quanto sia stata un’occasione unica di incontro e di scambio. In generale non amo le lusinghe e quindi più di una volta gli ho detto che stava esagerando ed era così generoso solo perché siamo amici. Sorseggiando la sua tazza di te mi ha raccontato che, senza che io lo sapessi, uno degli artisti partecipanti al seminario era analfabeta: un musicista che suona meravigliosamente, ma che non sa né leggere e né scrivere. Il metodo partecipativo e interattivo che ha caratterizzato il seminario, e l’uso delle lingue locali invece dell’inglese come solitamente accade, ha consentito al musicista di partecipare e di trarne grande motivazione.

Per non perdere i possibili frutti di questa conquista, K. mi ha detto che alla fine del seminario lui e il musicista hanno fatto un patto visto che concretamente esiste per la prima volta la possibilità che il suo lavoro venga promosso e sostenuto nonostante non sappia né leggere e né scrivere. Il patto é questo: K. si é offerto di aiutare il musicista a fare domanda alla fine dell’anno per accedere ai finanziamenti previsti dal mio progetto a condizione che cominciasse ad andare alle scuole serali.

Il musicista, di cui non conosco il nome, ha iniziato infatti il corso di alfabetizzazione per adulti all’inizio di gennaio.

Sprazzi di speranza come questo sono un’ancora di salvezza e un dono inaspettato che offre le parole per dare una risposta, almeno temporanea, alle mie domande.

The photo that wasn’t there

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Afghanistan National Museum Motto

Yesterday I went for lunch at the Afghanistan Center at Kabul University to see Nancy Dupree. I count the pleasure of her company among the most precious gifts I received from this city. We spent a couple of hours together and we ate an enormous plate of garlic beans and a bowl of sour yogurt.

Nancy is an amazing raconteur and an inexhaustible source of enchanting stories: her intimate knowledge of the country offers, to those who have the privilege to listen, a vertiginous journey across space and time.

Over the years, it never happened to me to spend some time with her and leave without a memorable story to cherish and remember.

Yesterday, when I arrived to her office, she was working on a photo-gallery about the pre-historic tools that are part of the collection of the National Museum. As a cover image for the gallery she wanted to use a photo of the façade of the museum before it was destroyed during the Civil War. She told me she went looking in her extensive photo archive and to her great surprise she could not find any image of that kind. She then went to see the director of the museum to ask him for a copy from their own archives, but he said they did not have any even there. Ever more surprised, she reached out to those who were in town in those years or could have had access to documents of that time. Nothing. It seems that before the Civil War no one considered taking a photo of the façade.

Her story ended there and our conversation moved on, but the thought of the photo that wasn’t there stayed with me.

There are so many moments and details that, there and then, appear entirely unremarkable. There are so many things that we take for granted and let slip away without thinking twice. It is strange to think that these details can then come back unannounced and reveal themselves through their absence in an unexpected future. It is strange to think that they end up becoming witnesses of a past that has left no visual trace.

La foto che non c’era

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Afghanistan National Museum Motto

Ieri sono stata a pranzo all’Afghanistan Center at Kabul University da Nancy Dupree. Conto il piacere della sua compagnia fra i doni più preziosi di questa città. Abbiamo passato due ore insieme e abbiamo mangiato un piatto smisurato di fagioli all’aglio e una ciotola di yogurt.

Nancy è una grande narratrice e una fonte inesauribile di storie appassionanti, la sua conoscenza intima del paese offre a chi ha il privilegio di ascoltare un viaggio vertiginoso nel tempo e nello spazio.

Nel corso degli anni, non mi è mai capitato di lasciarla dopo un po’ di tempo passato insieme senza una storia memorabile da conservare.

Ieri, quando sono arrivata nel suo studio, stava lavorando ad una galleria fotografica sugli strumenti preistorici conservati al Museo Nazionale. Come immagine di copertina voleva usare una foto della facciata del museo prima che fosse distrutto durante la guerra civile. Nei giorni scorsi ha cercato nel suo archivio fotografico e con sua grande sorpresa si è accorta di non avere nessuna immagine di questo genere. Mi ha raccontato di essere andata a trovare il direttore del museo per chiedere a lui una copia dai loro archivi, ma niente neanche lì. Sempre più sorpresa e incuriosita, ha mandato messaggi e chiamato tutti quelli che in quegli anni erano in città o potevano aver avuto accesso a documenti di quel periodo. Niente. Pare che prima della guerra civile nessuno si sia preoccupato di fare una fotografia alla facciata.

Il racconto è finito lì e la a conversazione ha poi preso un’altra direzione, ma il pensiero di questa foto che non c’è è rimasto con me. Strano pensare a quanti momenti e quanti dettagli là per là non sembrano affatto degni di nota, quante cose diamo per scontate e tralasciamo senza considerazione. Strano pensare come questi dettagli poi possano ritornare e rivelarsi nella loro assenza, in un futuro inaspettato, come testimoni di un passato di cui non restano tracce visive.

No looking away: From Kabul to Kashmir

This article was first published on Kashmir Reader on the 25th of August 2016.

 

AZADII don’t understand those who don’t understand that politics comes also from the belly. Beyond the viscerality of a political existence, there are always contingent factors that, by chance or by necessity, force me to confront the reasons of what I chose, and the values for which I live. There is no looking away.
This time the occasion has come from a cup of salty tea, typical of Kashmir and of the Himalayan valleys on either side of the contested border between India and Pakistan.

A couple of days ago I was talking with one of my colleagues, he comes from Hunza, a picturesque and isolated valley 2500 meters above sea level in the extreme north of Pakistan. We were discussing about regional variations in recipes, habits and tradition of the salty tea. As he knows that I like it a lot, after our conversation he made it for me for breakfast. What he calls sheer or shur chai is a version (with butter and without baking soda) of what I know as nun chai and what for me represents the flavour of Kashmir.

Sitting across from each other, we had our tea in silence: our thoughts lost somewhere further East, in two different beautiful valleys of the Himalaya. As I was sipping from my cup, with my body in Kabul and my heart in Srinagar, he filled a bowl with bites of old bread, poured tea over them and ate the whole as a soup, nostalgically thinking of the breakfasts of his childhood.
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My cup of sheer chai made me face what I had been avoiding for days.
As I write this I am sitting in Kabul, in a beautiful late summer day that started with an unreported explosion while I was making breakfast. By nature I am not particularly fearful, squeamish or impressionable, and years of work in countries in conflict made my skin pretty thick. Yet, what is happening in Kashmir feels incomprehensible, utterly incommensurable.
It has been for more than forty-six days that I have felt the need to write about the mayhem that has taken over Kashmir, but every passing day made finding the words more difficult. I kept procrastinating, used the fact that I am busy as an excuse and looked away. My guilt, however, kept growing: my silence was becoming a form of complicity. This is the time to speak up, to take sides: the end result of a concerned silence is not different from a lax or irresponsible indifference.
For the past forty-six days the Valley has been under siege. After the killing of Burhan Wani, the young, indigenous, non-Pakistan sponsored, rebel commander fighting against Indian rule in the name of self-determination, Kashmir erupted and took it to the streets. This was by no means unannounced, the rage was simmering and slowly mounting under the surface. Those who cared looking, knew far too well that it was only a matter of time. Nobody, however, could predict that things would escalate to this level.
India responded to protests and stone pelting with an iron fist: with an unprecedented and unimaginable violence. In forty-six days almost seventy people have been killed, at least 6,000 were injured and more than 500 have been hit, mostly in the eye, by pellet guns. Curfew has been extended to both day and night, making it almost impossible even to buy milk. The Border Security Force has once again been deployed in Srinagar, a frightening reminder of the 1990s, certainly not a measure encouraging dialogue. A few days ago the Army prevented the distribution of petrol and an ambulance driver was shot at as he was taking several wounded people to the hospital.
India Kashmir Protests
After the 8th of July, when it became clear that the use of so called non-lethal weapons such as pellet guns would be part of the daily updates, it occurred to me that I had never seen one (why should I after all?) and I could not really grasp how the idea of non-lethal could possibly sit in the same sentence with a firearm. Not knowing how else I could educate myself on the subject, I thought I would check on YouTube. After a bit of browsing, and studiously trying to avoid gory images, I stumbled upon a video shot somewhere in suburban America. The protagonist was a white young man who was defending the efficiency of the pellet gun with spherical projectiles against those detractors who were trying to discredit its firepower. To demonstrate the accuracy of his thesis, he shot at a watermelon at a close range. The fruit cracked open, and the young man showed to the camera with great satisfaction that the watermelon’s inside was smashed beyond recognition.
My heart stopped and I wondered why it was that I did that to myself. I just could not bring myself to think that this was what was happening in Kashmir, to the faces of children as young as five. And not with spherical projectiles, but with modified, irregular pellets that would tear to pieces whatever they would encounter.
Pellet-scars-Mir-Suhail-Aug-12-2016

Pellet Scars, Mir Suhail

Quite literally, by hitting in the eye, the Indian government forces are not killing people directly, is attempting to kill the idea of the future. It is systematically trying to remove the possibility of looking at the future in a manner that differs from what is envisaged by those in power. This makes me wonder who is it that is really blind: those whom violence have deprived of the sun light or those who think that violence and brutality can kill ideas.
How far can this go? Would an entire population deprived of eyesight stop seeing the way towards freedom, the path to azadi?
I think of my friends, of those who hold a very special place in my heart, of the mothers whose teenage sons are protesting in the streets. I think about the anger, the fear and the right to decide for themselves.
How can one write about all this? Where are the words to be found? The other night a friend told me that there’s no point in writing in times such as these because there is really nothing left to add. Maybe it is true, there are no words to give measure to such a horror and what I am writing is irrelevant, but never like now does silence feel culpable.
At times I wish we’d live in a simpler world where a cup of salty tea could be the trigger to start changing things.
Freedom’s terrible thirst, flooding Kashmir,
is bringing love to its tormented glass,
Stranger, who will inherit the last night of the past?
Of what shall I not sing, and sing?
Agha Shahid Ali

A cup of salty tea

I don’t understand those who don’t understand that politics comes also from the belly. Beyond the viscerality of a political existence, for me there are always contingent factors that, by chance or by necessity, bring me back to the reasons of what I chose and the values for which I live.

Today the occasion has been a cup of salty tea, typical of Kashmir and of the Himalayan valleys on either side of the contested border between India and Pakistan.

A couple of days ago I was talking about it with one of my colleagues, he comes from Hunza a valley 2500 meters above sea level in the extreme north of Pakistan. We were discussing about regional variations in recipes, habits and tradition of the salty tea. As he knows that I like it a lot, he made it for me for breakfast. What he calls shur chai is a version (with butter and without baking soda) of what I know as noon chai and what for me represents the flavour of Kashmir.

As I was sipping from my cup, with my head in Kabul and my heart in Srinagar, he filled a bowl with bites of old bread, poured tea over it and ate it as a soup, nostalgically thinking of the breakfasts of his childhood.

My cup of shur chai made me face what I have been avoiding for days.

It has been for the past forty-three days that I have felt the need to write about what is happening in Kashmir, but every passing day made finding the words more difficult. I kept procrastinating and my guilt kept growing as I felt that my silence was becoming a form of complicity.  

For the past forty-three days the Valley has been under siege. After the killing of a young rebel commander fighting against Indian rule in the name of self-determination, Kashmir took it to the streets and India responded with an iron fist and unprecedented and unimaginable violence. In forty-three days almost seventy people have been killed and hundreds have been hit, mostly in the eye, by pellet guns. Quite literally, the Indian Army is systematically removing the possibility of looking at the future in a manner that differs from what is envisaged by those in power. Over the past few days, curfew has been extended to both day and night, making it almost impossible even to buy milk. The day before yesterday they prevented the distribution of petrol and an ambulance driver was shot at as he was taking several wounded people to the hospital.

I think of my friends, of those who hold a very special place in my heart, of the mothers whose teenage sons are protesting in the streets. I think about the anger, the fear and the right to decide for themselves.

How can one write about all this? Where are the words to be found? Last night a friend told me that there’s no point in writing in times such as these because there is really nothing left to add. Maybe it is true, there are no words to give measure to such horror and what I am writing is irrelevant, but never like now does silence feel culpable.

At times I wish we’d live in a simpler world where a cup of salty tea could be the trigger to start changing things.

Una tazza di te salato

Non capisco chi non capisce che la politica passa anche dalla pancia. Oltre alla visceralità dell’esistenza politica, per me ci sono anche sempre fattori contingenti che, per caso o per necessità, mi riconducono al perché di quello che ho scelto e di quello che per cui vivo.

Oggi l’occasione è stata una tazza di te salato, tipico del Kashmir e delle valli himalayane al di qua e al di là del confine contestato tra India e Pakistan.

Un paio di giorni fa ne parlavo con uno dei miei colleghi; lui viene da Hunza, una valle a 2500 metri d’altitudine nell’estremo nord del Pakistan. Discutevamo di variazioni regionali nelle ricette, di abitudini e tradizioni del te salato. Sapendo che mi piace molto, me lo ha preparato stamattina per colazione. Quello che lui chiama shur chai è una versione (con il burro e senza il bicarbonato) di quello che io conosco come noon chai e che per me rappresenta il sapore che associo col Kashmir. Mentre io bevevo la mia tazza, con la testa a Kabul e il cuore a Srinagar, lui ha riempito una ciotola con pezzi di pane vecchio, poi ha versato il te e lo ha mangiato come una zuppa, pensando con nostalgia alle colazioni di quando era bambino.

La mia tazza di shur chai mi ha messo di fronte a quello che da giorni cercavo di evitare.

Sono quarantatré giorni che sento il bisogno di scrivere di quanto sta succedendo in Kashmir, ma ogni giorno che passa rende più difficile trovare le parole. Ho continuato a procrastinare, incapace di affrontare l’impensabilità di tanto orrore. E con ogni giorno che passa cresce il senso di colpa perché sento che il mio silenzio diventa complice.

Sono quarantatré giorni che la Valle è sotto assedio. Dopo l’uccisione del giovane comandante di uno dei gruppi ribelli che combattono il controllo indiano in nome dell’autodeterminazione, il Kashmir è insorto e l’India ha risposto col pugno di ferro. Con una violenza inaudita e difficile da comprendere. In quarantatré giorni sono state uccise quasi settanta persone e centinaia sono state colpite, per lo più agli occhi, da fucili ad aria compressa. Fuor di metafora, l’esercito indiano sta sistematicamente rimuovendo la possibilità di guardare al futuro in maniera diversa da quella immaginata da chi sta al potere. Nei giorni scorsi il coprifuoco è stato esteso tanto al giorno che alla notte, rendendo praticamente impossibile anche solo comperare il latte. L’altro ieri è stata impedita la distribuzione di carburante e hanno sparato all’autista di un’ambulanza che trasportava dei feriti all’ospedale. Penso ai miei amici lì, a chi ha un posto molto speciale nel mio cuore, alle madri degli adolescenti che protestano per le strade. Alla rabbia, alla paura, al diritto di scegliere e di decidere per se stessi.

Come si scrive di tutto questo? Dove si trovano le parole? Oggi un amico mi ha detto che scrivere è inutile perché in tempi come questi non ci resta niente da aggiungere. Forse è vero, non ci sono parole che possano dare la misura dell’orrore e quello che scrivo è irrilevante, ma mai come adesso il silenzio mi sembra colpevole.

A volte vorrei tanto vivere in un mondo semplice in cui una tazza di te salato potesse essere sufficiente per cominciare a cambiare le cose.