A Kabul la resistenza si fa arte

trainingcraftsmenUn viaggio nella capitale afgana tra teatri occupati, tele in cemento e spazi restaurati. A cui registi, poeti e altri artisti, decisi a combattere contro ingiustizie e pregiudizi, ridanno vita.

Grazie Giuliano Battiston per questo bell’articolo che parla anche del nostro lavoro e dell’Istituto Afgano di Arte e Architettura.

Qui il link all’articolo.

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A new adventure

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I have said many times, far too many times, that it was time for me to look for new geographies, to leave Kabul and go somewhere else. Instead here I am, writing again from Kabul where I moved back full time, the reason being a request that was impossible to say no to.

I have been asked to work as Acting Director of the Afghan Institute of Arts and Architecture in Turquoise Mountain.

The Institute is a little corner of paradise in the heart of the old city of Kabul, a modern structure built in mud and wood according to traditional techniques.

The school was founded ten years ago to respond to the risk that traditional crafts would disappear because of war, migrations and carelessness. At the onset of the Taliban regime, in fact, many traditional masters left the country for fear or lack of opportunities thus interrupting the cycle of knowledge transmission and creating a void that was difficult to fill. Those who had stayed back in Afghanistan were struggling to survive – Ustad Hadi, for example, who once was a woodcarver at the king’s court had ended up selling bananas in a wheelbarrow on the street to feed his family.

The initial mandate of the Institute was to gather the threads of a story that risked to be forgotten; today we have one hundred students who are learning the arts of calligraphy and miniature painting, jewellery and gem cutting, woodwork and pottery with the blue glazing coming from a local plant. They are girls and boys, between fifteen and twenty years of age, who are learning a craft and a trade, while contributing to the active conservation of Afghanistan’s cultural heritage.

Working in a school like this, preserving the stories from the past while looking at the future, is a serious challenge and a great responsibility. It is also a unique opportunity to think about the role of traditional knowledge – slowly sedimented across generations – in relation to the fast pace of contemporary society; to think about how to keep it relevant and sustainable without anachronisms or the romanticisation of an ideal past.

Una nuova avventura

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Ho detto tante volte, fin troppe, che era ora di cercare nuove geografie, lasciare Kabul e andare altrove. Invece eccomi qua a scrivere ancora da Kabul, dove sono tornata a vivere a tempo pieno. La ragione è un’opportunità a cui è stato impossibile dire di no.

Mi hanno chiesto di fare il direttore dell’Istituto Afgano di Arte e Architettura presso Turquoise Mountain.

L’istituto è un piccolo angolo di paradiso nella città vecchia di Kabul, una struttura moderna, ma costruita con legno e fango secondo le tecniche tradizionali. La scuola è nata dieci anni fa, per rispondere al rischio che le forme di artigianato tradizionali scomparissero per colpa della guerra, delle migrazioni e dell’incuria.

All’arrivo dei Talebani molti dei mastri tradizionali avevano lasciato il paese per paura o per mancanza di lavoro, interrompendo così il ciclo del trapasso delle nozioni e creando un vuoto difficile da colmare. I pochi maestri rimasti nel paese vivevano di stenti – Ustad Hadi, per esempio, che per anni era stato l’intagliatore del re era finito a vendere banane in una carriola per strada per poter sfamare la famiglia.

Il mandato iniziale dell’istituto era quello di raccogliere le fila di una storia che rischiava di essere dimenticata; oggi abbiamo cento studenti che imparano l’arte della miniatura e della calligrafia, la gioielleria e il taglio delle pietre dure, l’intaglio e l’intarsio del legno e la ceramica con l’invetriatura blu derivata da una pianta locale. Sono ragazze e ragazzi dai quindici ai vent’anni che, mentre imparano un mestiere, contribuiscono alla conservazione attiva del patrimonio culturale dell’Afghanistan.

Essere alla guida di una scuola del genere, preservando le storie del passato, ma mantenendo un occhio al futuro è una sfida seria e una responsabilità importante. E’ anche un’occasione unica per pensare al ruolo dei saperi tradizionali, sedimentati lentamente nel corso delle generazioni, in relazione al passo affrettato del mondo contemporaneo; per capire come mantenerli rilevanti e sostenibili senza anacronismi o fantasie romantiche su un passato ideale.

La sinagoga di Kabul

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Ci sono luoghi che sembrano fatti della sostanza della leggenda: se ne conosce l’esistenza, si sa che sono lì da qualche parte, ma la loro dimensione fisica rimane astratta e misteriosa.

La sinagoga di Kabul è stata in tutti questi anni quasi un luogo dell’immaginazione – fino a qualche giorno fa.

Avevo letto diversi articoli sull’“ultimo ebreo di Kabul”; sul suo brutto carattere, sulla sua passione per il whisky e sulla contesa con un altro ebreo – poi morto nel frattempo – per rivendicare il primato di essere l’ultimo. Tante storie di colore, ma niente di specifico su questo luogo così raro.

Qualche giorno fa, senza troppo pianificare e in modo quasi casuale, siamo riusciti a visitare la  sinagoga insieme a tre colleghi. Proprio come da copione, il signor Simintov – l’ultimo ebreo – ha risposto al nostro desiderio di andare con la richiesta di una bottiglia di Johnny Walker Etichetta Nera. Essendone ovviamente sprovvisti alle tre di un sabato pomeriggio qualsiasi, abbiamo provato a negoziare, solo per sentirci dire che non si fa credito a nessuno. Dispiaciuti per la mancata opportunità, siamo andati via, ma evidentemente la solitudine ha avuto il sopravvento e il signor Simintov ci ha richiamato dicendo che poteva incontrarci comunque e che invece della bottiglia, per questa volta, avrebbe potuto accettare dei soldi.

Di lui si è scritto molto, o forse troppo, della sinagoga troppo poco.

Dall’esterno i segni riconoscibili di un luogo di culto sono quasi inesistenti: solo l’occhio che già sa riconosce le stelle di David che traforano la finestra la primo piano e decorano il portone sgangherato di metallo turchese. A prima vista il portone sembra socchiuso, in realtà è solo imbarcato e incastrato per il poco uso. Perplessi ci guardiamo intorno e il venditore di sigarette ci indica la porta secondaria: per entrare si passa da un ristorante decorato di arancione che vende kebab e patatine. Attraversata la cucina e varcata la soglia, ai neon abbaglianti si sostituisce la penombra e l’odore stantio di fritto. La balaustra turchese è un intreccio di stelle in ferro battuto. Sono scale poco calpestate, lo strato di polvere è spesso e omogeneo.

Ci fermiamo per un po’ a parlare con il signor Simintov che adesso vive nella stanza che era in passato utilizzata dalle donne per pregare. E’ dipinta di verde acido, la moquette è rosso bordeaux e la stufa a gas perde, l’odore pungente mi fa starnutire. Simintov ci dice che la sinagoga è stata costruita nel 1966 con le donazioni della comunità ebraica di Herat, ci dice che a Kabul ai bei vecchi tempi c’erano centocinquanta famiglie di ebrei. Ci dice che non sono stati i talebani a farli andar via, ma le migrazioni verso Israele e che lo stato d’Israele “se ne fotte” (testualmente) e non ha nessun interesse a restaurare la sinagoga danneggiata da anni di conflitto. La comunità in sé non è mai stata un bersaglio, la guerra non guarda in faccia nessuno.

Finalmente visitiamo la sinagoga. Fuori dalla porta c’è una tazza del gabinetto coperta di polvere e molte finestre hanno i vetri rotti. Entriamo e, attraversando la stanza, lasciamo impronte nella polvere. La sinagoga non ha una copia della Torah, ma in un armadio a muro ci sono vecchie carte e documenti mangiati dal tempo. Le lampade sul muro sono attaccate su dei piccoli cartelli che portano i nomi dei defunti.

E’ un luogo silenzioso, desolato, in abbandono. E’ il cimitero della memoria, è un memento mori, un monumento al tempo che passa.

Per chi, come me, lavora alla conservazione del patrimonio, luoghi come questi parlano direttamente al cuore: sono un’accusa e un invito, una richiesta di fermarsi a pensare. Non si può lottare contro il tempo, non si può salvare ogni luogo, ogni pietra, ogni monumento. Si deve imparare a scegliere, a lasciar andare, ad accettare che l’abbandono ha anche lui un messaggio da comunicare. E poi si può e si deve continuare a raccontare storie perché questi meravigliosi cimiteri della memoria possano continuare a sopravvivere.

The synagogue of Kabul

IMG-1266There are places that seem to be made of the stuff of legend: you know that they exist, that they are there somewhere, but their physical dimension remains abstract and mysterious.

The synagogue of Kabul is one of those places: over these past years it has been a place that almost only existed in an imaginary space– until recently.

I had read a number of articles about “the last remaining Jew of Kabul”; about his bad temper, his passion for whiskey and about the dispute with another Jew – who died in the meanwhile – to claim the right to be called the last Jew. Many colourful stories, but nothing specific about the synagogue itself.

A few days ago, without too much planning and almost by chance, we manage to visit the synagogue with three of my colleagues. As if following a script, Mr Simantov – the last Jew – answers to our desire to go for a visit with the request of a bottle of Johnny Walker Black Label. We don’t obviously have any bottle with us on a random Saturday afternoon so we try to negotiate only to hear in return that he does not do things on credit for anyone. We go away a bit disappointed for the missed opportunity. Loneliness, however, must have won Mr Simantov over as he calls us back within a few minutes and says that instead of a bottle, for this one time, he could make do with some cash.

While a lot, or maybe too much, has been written about him, too little has been written about the synagogue.

From the outside the signs of a place of worship are almost non existent; only the eye that already knows where to look will find the stars of David carved out in the windows or decorating the battered turquoise metal gate. At first sight, the door seems to be ajar; it is instead curved up and a bit stuck for being so rarely used. As we look around a bit perplexed, the local cigarette sellers directs us to the back door: you need to go through a bright orange restaurant selling chips and kebabs to reach it. Once you go through the kitchen and cross the building’s threshold the brightness of the neon tubes is replaced by dim light and the stale smell of old fried oil. The turquoise stair railing is an intricate embroidery of iron stars. Hardly anyone climbs up the stairs, the layer of dust is thick and homogeneous.

We spend some time talking to Mr Simantov, who now lives in what used to be the women’s prayer room. It is painted bright green and has a maroon moquette; the gas stove leaks slightly, it makes me cough. Simantov tells us that the synagogue was built in 1966 with the donations from the Jewish community in Herat; he says that in the good old times there used to be hundred and fifty Jewish families living in Kabul. He says it is not because of the Taliban that they left, but because they migrated to Israel and the state of Israel doesn’t give a piss (verbatim) to restore the synagogue that has been damaged by years of conflict. The community itself has never been a target, war has no preference.

We finally get to see the synagogue. Just outside the door there is an old toilet covered in dust and the glass of many windows is broken. We enter and, as we cross the room, our steps leave footprints in the dust. The synagogue doesn’t have a copy of the Torah, but in a cupboard there are old papers and documents eaten up by time and moths. The lamps on the walls are fixed on small plaques that carry the names of the dead.

It is a silent, desolate place. It is abandoned. It is memory’s cemetery, a memento mori, a monument to time.

For those who, like me, work for the preservation of heritage, places like these speak directly to the heart: they are both an accusation and an invite, a request to stop and think. You can’t fight against time, you can’t save every place, every stone, every monument. You need to learn to chose, to let go, to accept that abandon itself has a message to communicate. But then we can, and possibly should, keep telling stories so that these wonderful memory’s cemeteries can continue to survive.

Cercare la bellezza a Kabul

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Afghanistan National Museum Motto

Sono stata intervistata da Valeria Minaldi per Kabul Magazine sulla produzione culturale in Afghanistan e le modalità del mio lavoro a Kabul tra difficoltà pratiche, pregiudizi, assenza di agevolazioni, voglia di cambiamento e trasformazione sociale.

Qui il link all’intervista.

 

L’odore di Kabul

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Sono appena atterrata a Kabul dopo più di quattro mesi di assenza, la lontananza più lunga in questi cinque anni.

Mi ricordo che una volta il mio amico Ty, che a quel punto mancava da Kabul da un po’, mi aveva chiesto di raccontargli l’odore di Kabul così come mi colpiva appena atterrata. E’ passato qualche anno e mi sono accorta di non averlo mai fatto: meglio tardi che mai.

La prima cosa che arriva alle narici, “in corpo e spirito,” è la polvere: che sfrega sull’asfalto, che copre le rose, che crea una patina opaca che offusca la vista. E poi c’è l’odore della plastica che si scioglie: sono le guarnizioni dei finestrini delle macchine che aspettano per ore al sole per via del traffico o della mancanza di alberi. A proposito di traffico, i tubi di scappamento delle vecchie e ammaccate Toyota Corolla contribuiscono non poco alla miscela di effluvi. E poi ci sono gli odori che si costruiscono nella testa: quello che viene dal camion di cocomeri passato all’incrocio o quello di sudore e gioventù nello scuolabus pieno di ragazzine bloccato davanti a me, con i finestrini chiusi nonostante il caldo, e che mi hanno fatto compagnia per buona parte della strada con smorfie e linguacce e risate attraverso il vetro. C’è l’odore dell’estate che finisce e dell’autunno che si insinua con quel retrogusto di umido nell’aria e la previsione del nero pungente del fumo delle stufe a segatura. E infine c’è l’odore del ritorno che, nonostante i dubbi e le esitazioni, ti accoglie come un abbraccio di benvenuto da parte di un vecchio amico.

The smell of Kabul

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I have just landed in Kabul after almost four months, it is the longest I have been away in these five years.

I remember that once my friend Ty, who at that point had not been in Kabul for quite some time, asked me to write him about the smell of Kabul as it would hit me as soon as I arrived. It has been a few years since, but never got around doing it. So here I am, better later than never.

The first thing that reaches the nostrils, “in body and spirit,” is dust: as it rubs against the asphalt, as it covers rose bushes, as it creates an opaque patina that makes everything blurry. And then there is the smell of melting plastic: it is the rubber frames of car windows that wait for hours under the sun, either because of traffic or for the lack of trees. Speaking of traffic, the exhaust of old, battered Toyota Corolla heavily contributes to the mix. Besides the actual smells, there are those you build in your head: like the one that may come from the watermelons stored in the truck that crossed the road; or that of sweat and youth of the school bus full of little girls driving before us with closed windows despite the heat. They kept me company for a good part of the road pulling faces and laughing together across the windshields. There is the smell of the end of summer, with wafts of humidity announcing the coming of autumn and the forecast of the sting of the black smoke coming from sawdust stoves in winter. Above all, is the smell of return that, in spite of doubts and hesitations, welcomes you like the hug of an old friend.

Mondana Bashid

Un concerto a Manchester; una gelateria a Baghdad; un sabato sera di divertimento nel cuore di Londra; un crocevia trafficato, una manifestazione, un funerale a Kabul. Morti e feriti a decine se non a centinaia. E tutto questo senza contare quel che ci sfugge del resto dell’Iraq, della Siria, della Nigeria e di tutti i paesi che a stento fanno notizia.

Sono giorni difficili di fatica e paura. La chiusura e il sospetto sembrano la soluzione migliore: sicuramente quella più semplice. Alzare i muri e chiudere le porte. Girare le spalle a tutto ciò che è altro da noi. Ma si tratta della scelta peggiore: vuol dire cadere nella trappola, giocare alle regole del terrore, cedere al ricatto.

Manchester, Baghdad, Kabul e Londra rispondono a gran voce al rischio di scivolare nella bigotteria.

Stamattina nella metropolitana di Londra un cartello diceva: “Tutti possono cedere, è la cosa più facile che il mondo possa fare. Ma la vera forza sta nel tenere i pezzi insieme quando nessuno si stupirebbe del collasso.” E la gelateria di Baghdad ha riaperto cinque giorni dopo essere stata attaccata. E Kabul, con le code per donare il sangue e gli appelli all’unità e i dottori che hanno lavorato senza sosta e i giornalisti che non hanno mai smesso di essere in prima linea, continua a ricordarci il valore senza prezzo dell’umanità.

In Afghanistan, dove una cultura cortese dà ancora valore al rito di scambiarsi i saluti, ho imparato uno degli auspici più belli: Mondana Bashid – che tu possa non essere mai stanco.

Non penso ci sia niente di meglio da augurarci a vicenda in un momento del genere quando la stanchezza, la paura, lo sfinimento, il senso di impotenza rischiano di prendere il sopravvento.

Mondana Bashid ai cittadini di Kabul, ai medici di emergency, ai miei amici afghani che credono nel futuro.a tutti e ciascuno di noi; a tutti quelli che, ovunque si trovino nel mondo, hanno ancora il coraggio di continuare a sperare e lavorano per rendere le cose un po’ migliori.

Mondana Bashid

A concert in Manchester; an ice cream parlour in Baghdad; a fun Saturday evening in the heart of London; a busy crossroad, a demonstration and a funeral in Kabul. Tens if not hundreds of people dead or wounded. And all this without considering what happens in Syria, in the rest of Iraq, in Nigeria as it doesn’t make the news any longer.

These are days full of fear and exhaustion. Rejection and suspicion seem to be the easiest solution: closing all the doors; building walls, turning our backs to everyone who’s other than us. It is in fact the worst choice because it means to fall in the trap, to play by the rules of terror, to accept to be blackmailed.

Manchester, Baghdad, Kabul and London are shouting back at the peril of slipping into bigotry.

This morning on a signboard on the London tube it was written: “Anyone can give up, it’s the easiest thing in the world to do. But to hold it together when everyone else would understand if you fell apart, that’s true strength.” And in the ice cream parlour in Baghdad, they went back to work five days after being hit. And Kabul – where people queued to give blood and appealed to unity and doctors worked with no rest and journalists stayed strong on the frontline to tell their story – reminds us the immense value of humanity.

In Afghanistan, where a courteous culture still gives value to the ritual of exchanging greetings, I learnt one of the most beautiful wishes: Mondana Bashid – may you never be tired.

I don’t thing there is anything better we can wish each other in a time like this when tiredness, fear, exhaustion and helplessness risk to take over.

Mondana Bashid to the citizens of Kabul, to emergency‘s doctors, to my Afghan friends who still believe in the future. Mondana Bashid to each one of us and to all those, no matter where they are in the world, who still have the courage to hope and to make things a little better.