A cup of salty tea

I don’t understand those who don’t understand that politics comes also from the belly. Beyond the viscerality of a political existence, for me there are always contingent factors that, by chance or by necessity, bring me back to the reasons of what I chose and the values for which I live.

Today the occasion has been a cup of salty tea, typical of Kashmir and of the Himalayan valleys on either side of the contested border between India and Pakistan.

A couple of days ago I was talking about it with one of my colleagues, he comes from Hunza a valley 2500 meters above sea level in the extreme north of Pakistan. We were discussing about regional variations in recipes, habits and tradition of the salty tea. As he knows that I like it a lot, he made it for me for breakfast. What he calls shur chai is a version (with butter and without baking soda) of what I know as noon chai and what for me represents the flavour of Kashmir.

As I was sipping from my cup, with my head in Kabul and my heart in Srinagar, he filled a bowl with bites of old bread, poured tea over it and ate it as a soup, nostalgically thinking of the breakfasts of his childhood.

My cup of shur chai made me face what I have been avoiding for days.

It has been for the past forty-three days that I have felt the need to write about what is happening in Kashmir, but every passing day made finding the words more difficult. I kept procrastinating and my guilt kept growing as I felt that my silence was becoming a form of complicity.  

For the past forty-three days the Valley has been under siege. After the killing of a young rebel commander fighting against Indian rule in the name of self-determination, Kashmir took it to the streets and India responded with an iron fist and unprecedented and unimaginable violence. In forty-three days almost seventy people have been killed and hundreds have been hit, mostly in the eye, by pellet guns. Quite literally, the Indian Army is systematically removing the possibility of looking at the future in a manner that differs from what is envisaged by those in power. Over the past few days, curfew has been extended to both day and night, making it almost impossible even to buy milk. The day before yesterday they prevented the distribution of petrol and an ambulance driver was shot at as he was taking several wounded people to the hospital.

I think of my friends, of those who hold a very special place in my heart, of the mothers whose teenage sons are protesting in the streets. I think about the anger, the fear and the right to decide for themselves.

How can one write about all this? Where are the words to be found? Last night a friend told me that there’s no point in writing in times such as these because there is really nothing left to add. Maybe it is true, there are no words to give measure to such horror and what I am writing is irrelevant, but never like now does silence feel culpable.

At times I wish we’d live in a simpler world where a cup of salty tea could be the trigger to start changing things.

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Una tazza di te salato

Non capisco chi non capisce che la politica passa anche dalla pancia. Oltre alla visceralità dell’esistenza politica, per me ci sono anche sempre fattori contingenti che, per caso o per necessità, mi riconducono al perché di quello che ho scelto e di quello che per cui vivo.

Oggi l’occasione è stata una tazza di te salato, tipico del Kashmir e delle valli himalayane al di qua e al di là del confine contestato tra India e Pakistan.

Un paio di giorni fa ne parlavo con uno dei miei colleghi; lui viene da Hunza, una valle a 2500 metri d’altitudine nell’estremo nord del Pakistan. Discutevamo di variazioni regionali nelle ricette, di abitudini e tradizioni del te salato. Sapendo che mi piace molto, me lo ha preparato stamattina per colazione. Quello che lui chiama shur chai è una versione (con il burro e senza il bicarbonato) di quello che io conosco come noon chai e che per me rappresenta il sapore che associo col Kashmir. Mentre io bevevo la mia tazza, con la testa a Kabul e il cuore a Srinagar, lui ha riempito una ciotola con pezzi di pane vecchio, poi ha versato il te e lo ha mangiato come una zuppa, pensando con nostalgia alle colazioni di quando era bambino.

La mia tazza di shur chai mi ha messo di fronte a quello che da giorni cercavo di evitare.

Sono quarantatré giorni che sento il bisogno di scrivere di quanto sta succedendo in Kashmir, ma ogni giorno che passa rende più difficile trovare le parole. Ho continuato a procrastinare, incapace di affrontare l’impensabilità di tanto orrore. E con ogni giorno che passa cresce il senso di colpa perché sento che il mio silenzio diventa complice.

Sono quarantatré giorni che la Valle è sotto assedio. Dopo l’uccisione del giovane comandante di uno dei gruppi ribelli che combattono il controllo indiano in nome dell’autodeterminazione, il Kashmir è insorto e l’India ha risposto col pugno di ferro. Con una violenza inaudita e difficile da comprendere. In quarantatré giorni sono state uccise quasi settanta persone e centinaia sono state colpite, per lo più agli occhi, da fucili ad aria compressa. Fuor di metafora, l’esercito indiano sta sistematicamente rimuovendo la possibilità di guardare al futuro in maniera diversa da quella immaginata da chi sta al potere. Nei giorni scorsi il coprifuoco è stato esteso tanto al giorno che alla notte, rendendo praticamente impossibile anche solo comperare il latte. L’altro ieri è stata impedita la distribuzione di carburante e hanno sparato all’autista di un’ambulanza che trasportava dei feriti all’ospedale. Penso ai miei amici lì, a chi ha un posto molto speciale nel mio cuore, alle madri degli adolescenti che protestano per le strade. Alla rabbia, alla paura, al diritto di scegliere e di decidere per se stessi.

Come si scrive di tutto questo? Dove si trovano le parole? Oggi un amico mi ha detto che scrivere è inutile perché in tempi come questi non ci resta niente da aggiungere. Forse è vero, non ci sono parole che possano dare la misura dell’orrore e quello che scrivo è irrilevante, ma mai come adesso il silenzio mi sembra colpevole.

A volte vorrei tanto vivere in un mondo semplice in cui una tazza di te salato potesse essere sufficiente per cominciare a cambiare le cose.