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Oasi / Oasis

Yemen, 2023. Francesca Recchia

Con il mondo alla deriva, siamo barchette di carta trascinate dalla corrente

mentre uomini ingordi, senza scrupoli né vergogna, giocano a dadi con i nostri destini

Un orizzonte senza orizzonte lascia spiazzati e confusi

Le cicatrici profonde del genocidio smorzano il senso del futuro – per sempre effimero, per sempre evanescente

Ancorati al presente, resistiamo

Resistiamo al buio del mondo e a volte al nostro stesso senso di sconforto

Scossi dal senso di colpa per i rari momenti di sollievo, resistiamo

Resistiamo una resistenza fatta di piccole oasi

di momenti, persone, amori

di risate inattese

di abbracci stretti

di silenzi liberatori

Resistiamo una resistenza fatta di piccole oasi

la rete di salvataggio delle amiche

le pacche sulle spalle dagli amici

il tepore della famiglia

la sorpresa dell’amore

Resistiamo una resistenza fatta di piccole oasi

oasi che insegnano che bisogna ancora fidarsi

oasi che insegnano a tendere la mano

oasi che si fanno portatrici di possibilità

oasi che si fanno incubatrici di speranza


With the world adrift, we are paper boats carried by the current

while greedy men, unscrupulous and shameless, gamble with our destinies

A horizon without horizon leaves us bewildered and confused

The deep scars of genocide muffle our sense of the future – forever ephemeral, forever evanescent

Anchored to the present, we resist

We resist the darkness of the world and sometimes also our own sense of despair

Shaken by guilt for the rare moments of relief, we resist

We resist a resistance made of small oases

of moments, people, loves

of unexpected laughter

of tight hugs

of liberating silences

We resist a resistance made of small oases

the lifeline of girlfriends

the pats on the back from friends

the warmth of family

the surprise of love

We resist a resistance made of small oases

oases that teach us to still trust

oases that teach us to extend a hand

oases that become bearers of possibility

oases that become incubators of hope

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Fare Speranza

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All’Istituto stiamo attraversando un periodo di trasformazione. Prima di poter cominciare a costruire bisogna fare pulizia e fare i conti con la frustrazione che nasce dalla banalità dei compiti quotidiani, senza perdere di vista la prospettiva di lungo periodo. La risposta al cambiamento è spesso la paura e la diffidenza nei confronti di chi, per volere o per forza, propone alternative.

Parlavo ieri col mio collega, la vera colonna portante dell’Istituto, di questa fase complicata, di quello che stiamo facendo, di quello che ci aspetta e del fatto che dobbiamo rimanere concentrati sulla visione che stiamo cercando di realizzare. E’ un uomo serio, il mio collega; una persona di poche parole. Le discussioni con lui si concentrano sull’essenziale, senza pettegolezzi, senza fronzoli e senza alcun margine di autocompiacimento.

Il problema di questo paese – mi ha detto – è che nessuno guarda al futuro, la gente non ha neanche la sicurezza che esista un futuro. Quindi siamo tutti attaccati al presente, a cercare di ricavarne il massimo, per noi stessi, per il nostro interesse personale, senza alzare gli occhi e guardare al bene comune.

Io ho ribattuto che questo rappresenta un ostacolo non da poco per chi cerca di costruire un percorso educativo che lavora sul presente in funzione del futuro.

E’ questione di cattive abitudini – ha continuato. Ci si accontenta di quello che si ha adesso, ci si arrocca su quel poco di privilegi accumulati e ci si chiude nei confronti di chi li mette in questione.

E quindi noi qui che ci stiamo a fare? Gli ho chiesto un po’ scoraggiata.

E lui impassibile, prima di rimettersi a lavorare, mi ha risposto: Siamo qui a fare speranza.

E’ da ieri che non smetto di pensarci. Queste due parole – fare speranza – mi hanno completamente cambiato il modo di guardare alle cose. Ho sempre pensato alla speranza come ad una dimensione dell’anima e del cuore; un sentimento bello, una fonte di ottimismo, che corre il rischio di trasformarsi in un atteggiamento passivo di attesa per il meglio che verrà. Il peso della responsabilità del fare speranza a tratti mi toglie il respiro, ma così, almeno, so di essere nel mio: che ci si riesca o no, è un’altra storia, ma almeno ci si può provare – almeno c’è di che sporcarsi le mani.