Come si ricorda?

Come si fa a far sì che lo sconforto per la perdita di una persona cara non ci tolga il sorriso che ha caratterizzato i momenti passati insieme?

Come si ricorda? Come si onora la memoria di chi ha dedicato la vita a raccontare storie difficili da ascoltare? E come si dimentica anche solo un po’ per poter sopravvivere? Come si sospende l’urgenza di capire così da rispettare le scelte inesplicabili di un’amica?

Non ci sentivamo da un po’, ma era prona a lunghi silenzi – capitava ogni volta che scriveva. Siamo sparpagliati e connessi, sei mesi passano senza accorgerci – solo per poi renderci conto che ormai è troppo tardi.

Annie ha vissuto abbracciando il mondo, con un abbraccio tanto affettuoso e aperto che il mondo a volte finiva per soffocarla. Ascoltava – senza condizioni e senza pre-giudizio. Raccoglieva con empatia storie che lasciano inevitabilmente segni profondi. Sentiva il peso delle parole di cui le era stato fatto dono.

C’è un signore, forse un po’ matto, in un quartiere malfamato di Karachi che vive in un cimitero con un muro pieno di graffiti. Voleva che scrivessimo insieme la sua storia. Dovrò presto andare a cercarlo.

E portare con me il suo desiderio di far sì che ci sia sempre uno spazio onesto e generoso per le voci inascoltate.

Annie Ali Khan (1980-2018). In memoriam.

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L’odore di Kabul

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Sono appena atterrata a Kabul dopo più di quattro mesi di assenza, la lontananza più lunga in questi cinque anni.

Mi ricordo che una volta il mio amico Ty, che a quel punto mancava da Kabul da un po’, mi aveva chiesto di raccontargli l’odore di Kabul così come mi colpiva appena atterrata. E’ passato qualche anno e mi sono accorta di non averlo mai fatto: meglio tardi che mai.

La prima cosa che arriva alle narici, “in corpo e spirito,” è la polvere: che sfrega sull’asfalto, che copre le rose, che crea una patina opaca che offusca la vista. E poi c’è l’odore della plastica che si scioglie: sono le guarnizioni dei finestrini delle macchine che aspettano per ore al sole per via del traffico o della mancanza di alberi. A proposito di traffico, i tubi di scappamento delle vecchie e ammaccate Toyota Corolla contribuiscono non poco alla miscela di effluvi. E poi ci sono gli odori che si costruiscono nella testa: quello che viene dal camion di cocomeri passato all’incrocio o quello di sudore e gioventù nello scuolabus pieno di ragazzine bloccato davanti a me, con i finestrini chiusi nonostante il caldo, e che mi hanno fatto compagnia per buona parte della strada con smorfie e linguacce e risate attraverso il vetro. C’è l’odore dell’estate che finisce e dell’autunno che si insinua con quel retrogusto di umido nell’aria e la previsione del nero pungente del fumo delle stufe a segatura. E infine c’è l’odore del ritorno che, nonostante i dubbi e le esitazioni, ti accoglie come un abbraccio di benvenuto da parte di un vecchio amico.