L’odore di Kabul

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Sono appena atterrata a Kabul dopo più di quattro mesi di assenza, la lontananza più lunga in questi cinque anni.

Mi ricordo che una volta il mio amico Ty, che a quel punto mancava da Kabul da un po’, mi aveva chiesto di raccontargli l’odore di Kabul così come mi colpiva appena atterrata. E’ passato qualche anno e mi sono accorta di non averlo mai fatto: meglio tardi che mai.

La prima cosa che arriva alle narici, “in corpo e spirito,” è la polvere: che sfrega sull’asfalto, che copre le rose, che crea una patina opaca che offusca la vista. E poi c’è l’odore della plastica che si scioglie: sono le guarnizioni dei finestrini delle macchine che aspettano per ore al sole per via del traffico o della mancanza di alberi. A proposito di traffico, i tubi di scappamento delle vecchie e ammaccate Toyota Corolla contribuiscono non poco alla miscela di effluvi. E poi ci sono gli odori che si costruiscono nella testa: quello che viene dal camion di cocomeri passato all’incrocio o quello di sudore e gioventù nello scuolabus pieno di ragazzine bloccato davanti a me, con i finestrini chiusi nonostante il caldo, e che mi hanno fatto compagnia per buona parte della strada con smorfie e linguacce e risate attraverso il vetro. C’è l’odore dell’estate che finisce e dell’autunno che si insinua con quel retrogusto di umido nell’aria e la previsione del nero pungente del fumo delle stufe a segatura. E infine c’è l’odore del ritorno che, nonostante i dubbi e le esitazioni, ti accoglie come un abbraccio di benvenuto da parte di un vecchio amico.

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