Khaakbaad

L’autunno a Kabul è una stagione preziosa. Mentre scrivo, vedo nel giardino le ultime rose: quelle ancora fiorite sono rosa e rosse; i tre alberi di mele cotogne carichi di frutti che stanno pian piano maturando; la pergola con i pochi grappoli d’uva che hanno resistito alla grandinata dell’altro giorno; e le macchie rosso sangue dei frutti del melograno, piccoli quest’anno, ma pieni di succo.

La percezione del cambiamento è quotidiana, annunciata in modo teatrale da mezzora di grandine. Chissà perché solo una all’anno, la terza da quando sono qui, veloce e violenta segna il passaggio da una stagione all’altra.

La temperatura si abbassa, le giornate si accorciano, mi ostino a dormire ancora con la finestra aperta e ad uscire senza calzini – anche perché mi sono dimenticata le scarpe in Italia, ma questa è un’altra storia.

Con l’autunno arrivano anche le tempeste di sabbia, che qui hanno anche un nome tutto loro, khaakbaad, che letteralmente significa vento di polvere. Anche queste improvvise e passeggere – coprono tutto di una coltre marroncina, una tosse, uno starnuto e vanno via. Poi tornano, ma il passaggio è sempre breve e mai annunciato.

Mi domando perché finisco sempre per andare a vivere in paesi in cui le tempeste di sabbia sono una parte integrante del paesaggio e della conversazione.

Sono passati esattamente sei anni dal primo bollettino che ho spedito, era il 14 ottobre del 2008, e allora come adesso scrivo di tempeste di sabbia. Buffo.

Sei anni fa, raccontavo così le mie prime impressioni di Erbil:

Montagne e deserto… una combinazione incredibile e mozzafiato che non smette mai di sorprendere: le montagne si alzano all’improvviso sempre un po’ inafferrabili attraverso la foschia. L’aria infatti non è mai limpida; una sabbia del colore e della finezza della cipria copre ogni cosa e rende l’aria quasi palpabile (e i miei capelli della consistenza della paglia…)”

Montagne, deserto e tempeste di sabbia: strani elementi ricorrenti che danno forma e colore a tutti questi anni di viaggi, simboli inaspettati delle mie nomadi geografie dell’affetto.

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