
Per E.P.
Qualche sera fa parlavo con un caro amico giornalista della difficoltá di raccontare questo paese. L’interesse mediatico per l’Afghanistan è pressoché nullo e quel poco che resta è alimentato da una curiosità morbosa e quasi pornografica per la tragedia. È come se le storie che si raccontano da qui avessero l’unico scopo di confermare il fatto che la “nostra” missione civilizzatrice e la “nostra” volontà di esportare la democrazia non siano fallite per colpa nostra, ma per l’intrinseca intrattabilità di questo popolo.
Le storie tagliate con l’accetta e i titoli sensazionalisti attraggono più attenzione dei tentativi di raccontare le sfumature, che vengono spesso confusi (o ideologicamente manipolati) per apologie di un regime dispotico e teocratico. È una polarizzazione paralizzante che a volte rende quasi impossibile trovare le parole o tessere un filo narrativo per via delle molteplici parentesi che si devono aprire per qualificare ogni parola.
Ci sono poi storie che non si possono raccontare perché c’è bisogno di proteggerle. Gli spazi liminali, i piccoli interstizi, le zone grigie che consentono margini di manovra vanno custoditi e, in questo caso, il silenzio è un piccolo superpotere che garantisce un pochino di invisibilità che fa sì che possano continuare ad esistere. Le storie belle ci sono, ma a volte non si possono raccontare.
La possibilità di queste storie belle è l’ancora del fare. La difficoltà – a volte l’impossibilità – di poterle condividere è un prezzo salato, ma che comunque vale la pena pagare.
Per chi – come me o come il mio amico giornalista – si nutre di parole, la scoperta del valore strategico del silenzio arriva in cima ad una ripida strada in salita. Si tratta di imparare a navigare fra molti veli di Maia, che offuscano e rivelano, che proteggono e dischiudono allo stesso tempo. Si tratta di imparare a dipingere il grigio come spazio di possibilità, come uno spazio controintuitivo di speranza o di fiducia nel fatto che esistono margini di iniziativa anche se non si possono dire ad alta voce.
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For E.P.
A few evenings ago, I was talking to a dear journalist friend about the difficulty of telling stories about this country. Media interest in Afghanistan is almost non-existent, and what little remains is fuelled by a morbid and almost pornographic curiosity for tragedy. It is as if the stories told from here have the sole purpose of confirming the fact that “our” civilising mission and “our” desire to export democracy have not failed because of us, but because of the intrinsic intractability of this people.
Stories told in broad strokes and sensationalist headlines attract more attention than attempts to tell the nuances, which are often confused (or ideologically manipulated) as apologies for a despotic and theocratic regime. It is a paralysing polarisation that sometimes makes it almost impossible to find the words or weave a narrative thread because of the multiple parentheses that must be opened to qualify each word.
Then there are stories that cannot be told because they need to be protected. The liminal spaces, the small interstices, the grey areas that allow room for manoeuvring must be guarded and, in this case, silence is a small invisibility superpower that allows them to continue to exist. There are beautiful stories here, but sometimes they cannot be told.
The fact that these beautiful stories exist is the anchor of our work. The difficulty – sometimes the impossibility – of being able to share them is a hefty price, but one that is still worth paying.
For those – like me or my journalist friend – who feed on words, the discovery of the strategic value of silence comes at the top of a steep uphill road. It is about learning to navigate among Maia’s many veils, which obscure and reveal, protect and disclose at the same time. It is about learning to discover grey as a space of possibility, as a counter-intuitive space of hope, a space of trust in the fact that there is room for manoeuvring, even if it cannot be said out loud.