Il dolore degli altri

Ho scritto questo bollettino qualche tempo fa, di ritorno da un viaggio in Kashmir. Racconta in qualche modo quello il perché e il come di quello che faccio.

***

Sono tornata da Srinagar da una settimana, ma le voci, le sfumature, i dettagli della città sono ancora presenti e vividi nella memoria. Il lago Dal, le montagne innevate all’orizzonte, la tempesta di vento che ha scosso la mia ultima notte in città inframmezzata dalle voci lamentose delle donne in preghiera per sconfiggere la paura.

Srinagar non mi lascia, forse vorrei una tregua e invece resta con me.

Il Kashmir del conflitto di cui non si parla mi si è infilato sotto la pelle.

Srinagar_01Agha Shahid Ali, il poeta che più di ogni altro ha dato voce alla mescolanza unica di bellezza e brutalità che sembra essere l’essenza del paese, mi ha fatto da guida: ho visto i suoi luoghi attraverso la lente delle sue parole e Srinagar è diventata inevitabilmente anche per me la città delle figlie, dove quasi tutti gli uomini sono schedati dalla polizia se non come sospettati allora come spie – sembrano ce ne siano cento settanta mila in un paese dove gli abitanti sono dieci milioni – e dove le donne portano avanti la vita, in silenzio, fuori dagli sguardi indiscreti e dai clamori della dimensione pubblica.

Ed è così che anche la calma apparente che avvolge Srinagar, la rinnovata presenza di turisti, la retorica della riconquistata stabilità prendono significato dai versi di Agha Shahid Ali, che cita Tacito: solitudinem faciunt, pacem appellant – portano desolazione e la chiamano pace.

Non è la prima volta che faccio esperienza di questa desolazione, mi ha colpito in Palestina, nei campi di sfollati in Iraq e in Tunisia, negli slum del Pakistan.

Ma sembra che questa volta sia tornata a chiedere il conto.

Di anni di storie ascoltate, raccolte e conservate nella memoria. Di vite raccontate, di posti visti, sentiti e condivisi attraverso le parole.

Come fare giustizia a tanta ricchezza e tanto dolore?

Come dare il giusto credito a chi ti dice che si sente in colpa ad essere felice quando il proprio paese è vittima di un’oppressione che non sembra avere via d’uscita?

Come si naviga in questo mare? Dove è la bussola che guida il mio percorso in modo da conservare la delicatezza dello sguardo ed evitare un morboso senso di pena? Come si racconta la potenza della dignità umana senza l’atteggiamento oggettivante di un antropologo a caccia di verità?

Le domande si moltiplicano e le risposte sembrano sfuggire.

La strada è l’unica soluzione che conosco: la fonte di altre domande che porta al desiderio di cercare altre risposte.

La strada e un desiderio di cura, di dedizione e di attenzione – nella politica e nelle parole – per le persone e i luoghi che mi hanno raccontato e continuano a raccontarmi queste storie.

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