A tavola – Pensando al Kashmir

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Due settimane fa preparavo la cena: pasta col sugo d’agnello come da tradizione abruzzese e doon chettin, una salsa di noci tipica del Kashmir. Volevo che a tavola ci fosse tanto il sapore delle sue montagne che delle mie: sapori ruvidi che scaldano il cuore.

Quella sera, dopo cena, siamo venuti a sapere che avevano arrestato (con accuse prive di giustificazione legale) Khurram Parvez, un attivista per la difesa dei diritti umani che da anni lavora per denunciare la brutalità di cui è vittima inascoltata la gente del Kashmir. Il giorno prima di essere arrestato, gli era stato impedito di imbarcarsi sull’aereo per Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare alla riunione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

E’ da quella sera che continuo a pensare al sapore di quella cena, al conforto del cibo di casa, ma anche alla moglie di Khurram Parvez che non sa quando potrà condividere di nuovo un pasto con lui e a tutte quelle donne che in Kashmir in questi giorni piangono mentre preparano il piatto preferito dei propri figli che sono stati uccisi in questi tre mesi.

Dopo 84 giorni di scontri ininterrotti in Kashmir, tra India e Pakistan tirano venti di guerra. Da entrambe le parti, gli strateghi da salotto cantano le lodi di un attacco nucleare. Inebriati di nazionalismo fascista sembrano non considerare che il confine che li divide è una linea immaginaria tracciata sulla carta e che le possibili conseguenze non si fermano a chiedere il permesso di varcare la frontiera.

I titoli dei giornali e la poca attenzione internazionale hanno raccolto al volo l’occasione per concentrarsi sulla dimensione astratta del conflitto lasciando passare in secondo piano quello che questo scontro significa per la gente. Ancora una volta il Kashmir ritorna ad essere discusso come uno spazio conteso al di qua e al di là di una linea sulla mappa invece che come il luogo di appartenenza di un popolo che da decenni lotta per il diritto a decidere per sé e per il proprio futuro. La discussione geopolitica diventa la scusa per distogliere lo sguardo dai raccolti di mele distrutti e dai campi coltivati bruciati dall’esercito, dalle ambulanze sequestrate, dai raid notturni e dagli arresti indiscriminati.

Quanti altri posti vuoti a tavola, quante cene piene di assenza ci vorranno prima che ci si renda conto che il diritto all’autodeterminazione è inviolabile e sacrosanto? Quante altre madri dovranno piangere i propri figli prima che ci si accorga che la violenza e la brutalità non riusciranno a sradicare il desiderio di libertà?

La guerra dei linguaggi

 

«Once Upon A Time» di Shamsia Hassani

L’immagine dell’Afghanistan propagandata dai media è costellata di luoghi comuni, anche quando l’argomento riguarda la produzione culturale. I finanziamenti stranieri rinforzano la visione Kabul-centrica, considerano solo le élite che parlano inglese e non lasciano margine alla creatività spontanea

Un mio articolo sull’impatto dell’economia di guerra sulla produzione culturale in Afghanistan su Il Manifesto.

Qui la versione integrale.

The Pain of Others

I wrote this bulletin a while ago, after coming back from a trip to Kashmir. I think it sums up the how and why I do what I do.

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I have come back from Srinagar a week ago and the voices and details of the city are still vividly present in my memory. The Dal lake, the snow-capped mountains, the windstorm that shook my last night in the city and got mingled with the lamenting voices of women praying to fight their fear.

Srinagar is not leaving me, I would like perhaps some distance, but it has decided to stay with me. The Kashmir of the almost forgotten conflict has crept under my skin.

Agha Shahid Ali, the poet who more than anyone else gave voice to the unique mixture of beauty and brutality that seems to be the essence of the Valley, has been my guide. I have looked at his Valley through the lens of his words. And Srinagar inevitably became also for me the city of daughters: where almost every man has a police record – if not as a suspect, as a spy: it seems, in fact, that there are some 170 thousand spies for a population of 10 million people – and where women make life go on, in silence, away from indiscreet gazes and the clamours of public domain.

And so it is that also the apparent quiet that surrounds Srinagar, the renewed presence of tourists, the rhetoric of the regained stability acquire a new meaning through the verses of

Agha Shahid Ali, who quotes Tacitus: solitudinem faciunt, pacem appellant – they make a desolation and call it peace.

It is not the first time that I experience this kind of desolation. It hit me in Palestine, in refugee camps in Iraq and Tunisia, in the slums of Pakistan.

But it seems that this desolation has now come back to claim a long overdue credit.

Of years of stories that I listened to, collected and preserved in my memory. Of tales of lives and places that I visited, felt and shared through my writings.

How can I do justice to so much richness and pain?

How to give proper credit to those who tell you that they feel guilty to be happy when their country is under an oppression that seems to have no end?

How do to sail in this big sea? Where is the compass that leads the path so as to preserve a sensitive eye and yet avoid pitiful sympathy? How can one tell about the power of human dignity without risking the objectifying gaze of the anthropologist who looks for truths?

Questions multiply and answers seem to slip away.

Hitting the road is the only solution I know: the source of more questions that animate the quest for more answers.

The road and a desire for care, dedication and attention – in my words and politics – towards the people and places that have told and continue telling me these stories.