Resistere è esistere

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50 anni fa, La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo vinceva il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. In occasione dell’anniversario, il film è stato restaurato e CG Entertainment ha lanciato una campagna per pubblicare questa nuova edizione. In sostegno all’iniziativa, mi hanno chiesto di raccogliere dei pensieri in risposta a questa grande opera d’arte.
Il testo
è qui di seguito e questo è il link per sostenere la campagna.

Viviamo tempi cupi, in equilibrio precario fra la paura e l’assuefazione. La grande macchina dell’impero sbuffa in affanno, colpita al cuore da lupi solitari e terroristi organizzati. Il guado tra noi e loro si allarga, un guado definito da scorciatoie spesso solcate da conoscenze superficiali che sembrano convincenti perché elaborate nella lingua incontestabile del populismo rassicurante. Viviamo tempi cupi che sono alimentati da interminabili corsi e ricorsi di vichiana memoria: la storia non insegna, il genere umano non impara dagli errori del passato, la sete di vendetta sazia più del desiderio di trasformazione. La distopia del presente costruisce geografie frammentarie e isolazioniste, disegnate al negativo e fondate sulla divisione. In questo quadro sconfortante invece della possibilità d’incontro, l’unica cosa che sembra moltiplicarsi sono i dispositivi di separazione e i meccanismi di esclusione: muri di cemento, droni dai mille occhi, bobine di filo spinato.

Cinquantadue anni fa, Gillo Pontecorvo girava La Battaglia di Algeri, un film rivoluzionario senza tempo che – raccontando la storia della resistenza algerina e dei primi passi del movimento di liberazione nazionale che hanno condotto al drammatico, ma necessario processo di decolonizzazione – parla al presente con una contemporaneità stupefacente.

Cambiano i termini storici, ma la sostanza resta la stessa. Gli oppressori, i fascismi, i colonialismi passati e presenti reiterano triti argomenti per perpetuare la propria esistenza e asserire un’idea immutabile di passato che confermi la legittimità del proprio privilegio. Il paternalismo benevolente del potere, l’infantilizzazione dell’altro, la discriminazione sulla base del colore della pelle e della religione sopravvivono alla loro stessa stupidità.

In risposta ad uno status quo ingiusto e apparentemente immutabile, la resistenza – politica, civile, disobbediente, armata – continua a vivere rivendicando il diritto all’autodeterminazione, ad un accesso equo alle risorse, alla possibilità di essere gli autori della propria storia.

L’Algeria del 1957 è la Palestina dell’Intifada, è il Kashmir dell’estate di sangue del 2016, è la protesta degli Indiani d’America nella Riserva di Standing Rock.

Qualche tempo fa, in una conversazione i cui toni sono presto diventati animati, un amico mi ha invitato al realismo dicendo che di fronte alla violenza del potere è dovere dell’oppresso accettare la disparità delle forze ed accettare un compromesso. Mi ha detto che devo imparare a distinguere fra l’idealismo e la realpolitik: è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà, visto che il sacrificio per la libertà non hai mai portato nessun frutto.

E’ vero, mai come oggi – in giorni di barconi alla deriva, campi profughi delimitati da reti elettrificate e diritto al movimento negato sulla base della religione – è tempo di crescere e guardare in faccia la realtà prendendo atto del fatto che siamo costantemente stimolati a scommettere sulla sopravvivenza e di dimenticarci della nostra esistenza.

Resistere è esistere – vivere a pieno in nome dell’equità e della libertà proponendo un modello diverso dall’oscurantismo che in nome di un dubbio beneficio immediato dissecca le radici dei diritti, del valore della diversità, della necessità di esprimere il proprio sé al di là di categorizzazioni e incasellamenti.

In La Battaglia di Algeri nel sesto giorno dello sciopero generale organizzato dal Fronte di Liberazione Nazionale, il gendarme francese al megafono sollecita la popolazione locale ricordando loro che è la Francia ad essere la loro patria ed è la Francia a sapere ciò che è meglio per il loro futuro e non i “terroristi” che cercano di manipolarli.

In un momento di grande poesia, il piccolo Omar, sgattaiolando tra il filo spinato, riesce a sottrarre il megafono ai Francesi e grida alla folla: “Fratelli algerini, fratelli, coraggio, resistete. Resistete. Non ascoltate quello che vi dicono. L’Algeria sarà libera.”

E’ con l’innocenza di questo bambino, un’innocenza che sopravvive nonostante la guerra, che dobbiamo guardare al futuro, alle potenzialità di un domani non omologato, tenendo stretto il diritto sacrosanto a esistere e resistere.

Important questions

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A while ago, a friend of my mother’s asked me if one of her 8th grade students could send me some questions for a research she was preparing for her final exam. I said yes without giving it too much thinking. A few weeks later I received the questions and realised how much responsibility was attached to my answers. I was faced with the difficult task of balancing honesty and simplicity, of keeping my cynicism at bay while articulating my answers so as to give full value to the sensitivity of Sara’s questions. It gives me hope to know that, in the general confusion of these blind times, a thirteen year old girl would like to know what is going on in different corners of the world. As our “interview” has been for me a very important occasion to stop and reflect, I thought it would be nice to share it.

Sara: What are the daily life conditions of the civilian population?

Francesca: In the past year, things in Afghanistan have deteriorated. Even though the war here has almost been forgotten, its impact on the civilian population is still enormous. UNAMA, the UN Agency that is specifically dedicated to Afghanistan, recently published a report stating that 2016 has been one of the worst years for civilians since the beginning of the war. Because of the on-going violence, in the last twelve months 650 thousand people have been forced to leave their homes and head to nearby cities or villages or ended up in refugee camps in order to find a safer place to live. Imagine: the population of fifteen cities like Avezzano [our home town] forced to flee: the numbers are immense and mind boggling. Moreover, this past winter, things have been even more difficult as there has been a lot of snow and avalanches. Many remote areas of the country have been almost impossible to reach because of the conflict hence making the living conditions of civilians – especially the poorest ones – really dire.

Sara: Are there still terrorist attacks? How can people protect themselves?

Francesca: The only way we can protect ourselves from war is to continue living our daily lives without being overpowered by fear. Keep going and keep working for a better tomorrow: I don’t think there is any other possible protection.

Sara: Can you communicate easily with local people? Do you think you manage to understand their needs and hardships?

Francesca: I work with art and cultural production. We can say that my work – in Kabul as everywhere else in the world – is dedicated to the needs of the mind and the spirit more than to the needs of the body. I have spent the past four and a half years in Afghanistan concentrating on this kind of “care”. I have learnt a lot in these years and I keep learning something new every day. In order to be able to understand – to use your words – people’s needs and hardships the important thing is to listen, to be open to the reality of a new place without the presumption of having all the answers and all the solutions before even having landed. Such a blind attitude will take you nowhere and will bring no good to you or to anyone around you.

Sara: How many and which organisations are active in the country and for which purposes?

Francesca: Afghanistan is full of local and international organisations active in various fields: from education to the defence of the environment, from building roads to vaccination. Some organisations do very good work, they are serious and committed; others take advantage of the many existing needs and of the fact that the international community continues to send a lot of money. It is really a mixed bag. If I have to give you an example of excellence, I have no doubt: emergency is at the top of the list. They build hospitals for the victims of war; they work with bravery, dedication and humility. We really have a lot to learn from people like them.

Sara: What is the security situation for you volunteers?

Francesca: It is important to understand that the majority of those who work in Afghanistan are not volunteers, but paid (sometimes overpaid) professionals who do their job in a difficult context. Taking care of the foreigners’ security is a very complex and incredibly costly business made of armoured cars, bodyguards and so-called security protocols – that is rules and practices of behaviour in a situation of risk. There are many nuances and your questions opens a complicated reflection on how to behave as well as on the “why” of certain choices.

Sara: Is there still a possibility to improve the political situation?

Francesca: The possibility of improvement is something we should never ever doubt – else we lose hope for the future. The real challenge is to understand the path for this improvement and the required ways and timelines. This is a shared responsibility between governments and civil society. For those like you, who are far away, it is important to keep remembering these wars even though they are no longer prominent in the news.

Domande importanti

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Un po’ di tempo fa, un’amica di mia mamma mi ha chiesto se una sua allieva potesse mandarmi delle domande sul lavoro che faccio per la sua ricerca per l’esame di terza media. Ho detto di si senza troppo pensare. Dopo qualche settimana mi sono arrivate le domande di Sara e mi sono resa conto che alle mie risposte era legata una grande responsabilità. Mi sono trovata davanti al compito difficile di bilanciare onestà e semplicità, tenendo a freno il cinismo e articolando delle risposte che valorizzassero il tono attento e sensibile delle domande di Sara. Da speranza sapere che nella confusione generale di questo tempo cieco, una ragazza di tredici anni abbia voglia di conoscere quel che succede in altri angoli del mondo. La nostra “intervista” è stata per me un’occasione importante di riflessione che mi fa piacere condividere.

Sara: Qual è la situazione attuale relativamente alla vita quotidiana dei civili?

Francesca: Nell’ultimo anno, in Afghanistan le cose sono molto peggiorate. Nonostante questa sia una guerra quasi dimenticata, il peso che il conflitto ha sui civili è enorme. L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa specificamente dell’Afghanistan, l’UNAMA, ha pubblicato un nuovo rapporto la scorsa settimana in cui rivela che il 2016 è stato uno degli anni peggiori per i civili dall’inizio della guerra quindici anni fa. Per le continue violenze più di 650 mila persone solo lo scorso anno sono state costrette a lasciare le proprie case e spostarsi in città o villaggi vicini o in campi profughi per cercare un posto più sicuro dove vivere. Immagina, quindici città grandi come Avezzano costrette a spopolarsi: sono numeri enormi e difficili da immaginare.

Questo inverno, poi, le cose sono state particolarmente complicate perché c’è stata tanta neve e molte valanghe e alcune zone del paese sono quasi impossibili da raggiungere per via della guerra, rendendo la situazione dei civili – soprattutto dei più poveri – ancora più pesante.

Sara: Ci sono ancora attacchi terroristici? Come i civili possono difendersi?

Francesca: L’unico modo in cui ci si può difendere dalla guerra è continuare a vivere la propria vita e non farsi sopraffare dalla paura. Andare avanti e continuare a sperare in un domani migliore, non credo ci sia altra difesa possibile.

Sara: Riuscite a comunicare facilmente con le persone del posto, e a rilevare le loro difficoltà/esigenze?

Francesca: Io mi occupo di arte e produzione culturale. Il mio lavoro – a Kabul come in ogni altra parte del mondo – è, se la vogliamo dire così, dedicato alle esigenze della mente e dello spirito, più che a quelle del corpo. Ho dedicato gli scorsi cinque anni a questo tipo di “cura”. Sono anni in cui ho imparato molto e continuo ogni giorno ad imparare qualcosa di nuovo. La cosa importante per, usando le tue parole, comunicare e rilevare le esigenze delle persone è quella di essere disposti all’ascolto, di essere aperti a capire la realtà di un posto tanto diverso dal nostro senza la presunzione di arrivare in partenza già con tutte le risposte e le soluzioni a tutti i problemi. Un atteggiamento del genere penso che non porti da nessuna parte e non faccia bene né a noi né a chi ci sta intorno.

Sara: Sul territorio quante /quali associazioni/organizzazioni operano e per quali scopi?

Francesca: L’Afghanistan è pieno di organizzazioni locali e internazionali che si occupano delle cose più disparate, dall’educazione, alla difesa dell’ambiente, alla costruzione delle strade e alle vaccinazioni. Alcune organizzazioni fanno un gran buon lavoro, serio e importante; altre approfittano un po’ del bisogno e del fatto che la comunità internazionale continua a mandare tanti soldi nel paese. C’è un po’ di tutto. Se ti devo nominare un esempio di eccellenza, su tutti c’è la nostra emergency: costruiscono ospedali per le vittime di guerra, lavorano con coraggio, dedizione e umiltà; la loro è una storia da cui c’è davvero molto da imparare.

Sara: Qual è il livello di sicurezza di voi volontari?

Francesca: E’ importante chiarire che chi lavora in Afghanistan non è un volontario, ma un professionista pagato (a volte molto) per fare il proprio lavoro in un contesto difficile.

La sicurezza degli stranieri è una cosa complessa e costosissima fatta di macchine blindate, guardie e quelli che si chiamano protocolli di sicurezza ossia dei modi di comportamento da tenere in situazioni di rischio. Ci sono molte sfumature e questa è una domanda molto complicata che apre delle riflessioni molto complesse sul come ci si comporta e il perché di certe scelte.

Sara: Esiste secondo voi una possibilità di migliorare la situazione politica?

Francesca: La possibilità del miglioramento è una cosa di cui non si deve mai dubitare, altrimenti si rischia di perdere la speranza per il futuro. Capire quale sia il percorso necessario per il miglioramento, con i suoi tempi e modi, è la grande sfida e una responsabilità condivisa fra la società civile e il governo. Per chi sta lontano, credo che la cosa importante sia non dimenticare le guerre perché ad un certo punto non fanno più notizia.

Sara: Quali siti posso consultare per avere uno spaccato reale della situazione politica e sociale?

Francesca: Non conosco molte risorse utili in italiano. C’è il sito di emergency http://www.emergency.it/index.html; ci sono gli scritti di Giuliano Battiston che viaggia spesso in Afghanistan http://talibanistan.blogautore.espresso.repubblica.it/ e ci sono alcuni articoli interessanti su Q Code Magazine http://www.qcodemag.it/

Gulkhana

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Quella di tornare a Kabul è stata una decisione difficile: da lontano, l’idea di mettere insieme abbastanza forze per affrontare il viaggio sembra un’impresa titanica, ben al di là di quanto si possa essere in grado di fare. E poi basta un attimo, le porte dell’aereo si aprono e Kabul ti accoglie con quella sua tipica ondata di calore, con quell’aria torrida dall’odore di polvere che per qualche oscura ragione ti fa sentire a casa. Basta un attimo e la città, col suo fascino inspiegabile, ti riassorbe e tu sei di nuovo parte di lei come se non ci fosse mai stata interruzione.

Kabul è sempre la stessa, eppure stavolta è tutto diverso. C’è un senso di fatica che per la prima volta, dopo tanti anni, è drammaticamente tangibile. Ho passato la scorsa settimana ad aggiungere nomi alla lunga lista di quelli che hanno lasciato il paese. Chi può se ne va, sfinito dalla guerra e dalla mancanza di orizzonte. In un paese senza presente come l’Afghanistan, la fuga di cervelli rischia di diventare la condanna a morte per il futuro.

Ieri un mio caro amico, uno dei più promettenti giovani artisti in città, mi ha scritto dicendo che spera di venire a trovarmi presto per mostrarmi i suoi nuovi disegni e nel frattempo mi aggiornava del fatto che non era soddisfatto dei suoi progressi: per vari mesi infatti non ha potuto disegnare perché non aveva più carta. Per fortuna, mi ha scritto, è andato in Pakistan con la famiglia e ha potuto comprare altra carta – e quindi ha ricominciato a disegnare. Non riesco a togliermi dalla testa il tono senza rabbia e senza rivendicazione con cui mi ha scritto: qui è così, è normale non avere la carta e non poter disegnare, c’è poco altro da aggiungere.

E’ da questa mancanza di carta che anche io devo ricominciare.

Il mio nuovo ufficio è nella serra di uno dei più bei palazzi di Kabul, sorprendentemente sopravvissuto a decenni di bombe di varia provenienza. Qui chiamano la serra gulkhana, la casa dei fiori – in questo periodo dell’anno il caldo è insopportabile, ma ho chiesto io di sedermi lì, mi sembrava un bel punto di partenza. La mia scrivania è circondata dalle finestre e inondata dal sole: torrida in questa stagione, ma con la promessa di un tepore gentile durante il lungo inverno. Mi guardo intorno e sono felice della scelta che ho fatto – ha senso essere qui; ha senso essere qui ora. Ha senso, ma mi domando come alimentare la determinazione per andare avanti con un compito che in qualche modo è “ingrato”: lavorare per il futuro senza la garanzia di risultati immediati nel presente. La promessa e la visione di una prospettiva più ampia delle immediate contingenze è senz’altro una fonte di motivazione, ma trovare il senso di quella motivazione nei piccoli passi di ogni giorno è tutt’altra storia – spero di avere sufficiente lucidità per continuare a ricordarlo a me stessa.

Le finestre della gulkhana affacciano sul giardino, mai spoglio perché costruito intorno al ciclo delle stagioni, all’instancabile andare circolare del tempo: saggezza semplice e senza pretese che ha molto da insegnare.

Bio

Francesca Recchia is a researcher and writer based in Kabul, Afghanistan. She is currently working as Acting Director of the Institute of Afghan Arts and Architecture at Turquoise Mountain.

She is interested in the geopolitical dimension of cultural processes and in recent years has focused her research on urban transformations, creative practices and intangible heritage in countries in conflict.

Her work is grounded on an interdisciplinary approach that combines Urban, Visual and Cultural Studies.

Francesca was a Research Associate at the Centre of South Asian Studies. SOAS, London, a Postdoctoral Research Fellow at the Bartlett School of Planning, University College of London, has a PhD in Cultural Studies at the Oriental Institute in Naples and a Masters in Visual Cultures at Goldsmiths College, University of London. She is now a Visiting Lecturer at Università Bocconi in Milan.

She is the author of three books: The Little Book of Kabul (with Lorenzo Tugnoli), Picnic in a Minefield and Devices of Political Action. Collective Towns in Iraqi Kurdistan (with a photo-essay by Leo Novel)

She was the director of the 4th Afghan Contemporary Art Prize in Kabul and of Caravanserai -Kabul in Karachi.

A Contemporary Arts Library in Kabul?

As some of you may already know, in the past year I have helped Berang Arts, a collective of young artists, to set up a small, independent Contemporary Arts Academy in Kabul.

We’ve now decided to move one step further and we want to try and set up an art library and specialised resource centre that artists can access and use for their research. This is a non-NGO funded initiative, it springs out of our time, enthusiasm and commitment.

As there is no international donor to fund this, we are looking for friends and patrons who are willing to support us – by donating a book, getting your friends to donate books or, for those who come and go from Afghanistan, make some space in their suitcase to help bring books in.

We are looking for books on contemporary arts and related subjects in English and Persian. Any contribution will be very very welcome!

Please get in touch if you want to know more [ kiccovich (@) gmail (.) com] and feel free to pass my email on to those who may be interested in contributing.

Thanks for your support!

 

 

Book swapping in Kabul

The joys of life in Kabul

The Little Book of Kabul

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It was such a joy to have the chance to swap books with Bette Dam!

Her work is absolutely remarkable: serious, committed, scrupulous – we are really proud to count her among our friends.

Her fully-Afghan produced book, A Man and a Motorcycle. How Hamid Karzai Came to Power cam be purchased here.

A big thank you to Margherita Stancati and Nathan Hodge for offering the perfect setting with their proverbial hospitality.

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Virtual Kabul – Or, the unexpected joys of collaboration

A couple of weeks ago I was in San Francisco and had the great pleasure of meeting Nick Sowers.

Nick defines himself as someone who “constructs space with sound” and we soon found ourselves talking about space (obviously), cities, walking and everything urban. We talked about how sounds and noises influence the perception of our surroundings and the role they play in terms of memory and orientation.

That’s when I told him that I have written for The Little Book of Kabul  a musical score for a construction site. This piece was originally conceived as a fully fledged sinfonietta (that the amazing composer Giovanni Dettori checked for musical and compositional accuracy). For reasons of space it became a much shorter piece, but it is a fundamental part of the book anyway.

I had visited the construction site of what would become Rahim Walizada‘s Design Cafe in Kabul several times. I took notes and spoke to people, but then after a while I was at loss for stimuli: didn’t know how to interact with the place anymore and was getting pretty bored. I then decided to sit in the corner, listen and write down all the sounds I could hear, their intensity and where they were coming from. I didn’t have anything specific in mind back then, but when I went through my notes months later while writing the book, I realised it was an incredible opportunity to experiment with writing and explore different ways of describing spatial relations.

I told all this to Nick, we understood we spoke the same language and he invited me to join him in his sound studio and asked me if if was OK with him trying to make my musical score play. I was completely thrilled.

His studio is a remarkable little place where he set up a sound device that allows you to experience the three-dimensionality of space through sound. We didn’t have much time, but we played around and we could both feel that there something there that was worth chasing.

As we parted ways, Nick told me that he wanted to spend more time with those sounds and make something out of it. The idea made me really happy: there was the chance for my words to morph, to take body in a different shape and substance. I don’t think I could have asked for anything better.

A few days later, Nick got back to me and sent me his reinterpretation of my music score.

(You can read his take on our encounter here)

When my sister Susanna Recchia, who is a dance artist, listened to Nick’s piece, she immediately said that she would love to try and use it for one of her performances. This is yet to happen, but I am really hoping that it would soon become a further chance of collaboration and one new embodiment of experimenting with words, sounds and space.