The photo that wasn’t there

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Afghanistan National Museum Motto

Yesterday I went for lunch at the Afghanistan Center at Kabul University to see Nancy Dupree. I count the pleasure of her company among the most precious gifts I received from this city. We spent a couple of hours together and we ate an enormous plate of garlic beans and a bowl of sour yogurt.

Nancy is an amazing raconteur and an inexhaustible source of enchanting stories: her intimate knowledge of the country offers, to those who have the privilege to listen, a vertiginous journey across space and time.

Over the years, it never happened to me to spend some time with her and leave without a memorable story to cherish and remember.

Yesterday, when I arrived to her office, she was working on a photo-gallery about the pre-historic tools that are part of the collection of the National Museum. As a cover image for the gallery she wanted to use a photo of the façade of the museum before it was destroyed during the Civil War. She told me she went looking in her extensive photo archive and to her great surprise she could not find any image of that kind. She then went to see the director of the museum to ask him for a copy from their own archives, but he said they did not have any even there. Ever more surprised, she reached out to those who were in town in those years or could have had access to documents of that time. Nothing. It seems that before the Civil War no one considered taking a photo of the façade.

Her story ended there and our conversation moved on, but the thought of the photo that wasn’t there stayed with me.

There are so many moments and details that, there and then, appear entirely unremarkable. There are so many things that we take for granted and let slip away without thinking twice. It is strange to think that these details can then come back unannounced and reveal themselves through their absence in an unexpected future. It is strange to think that they end up becoming witnesses of a past that has left no visual trace.

La foto che non c’era

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Afghanistan National Museum Motto

Ieri sono stata a pranzo all’Afghanistan Center at Kabul University da Nancy Dupree. Conto il piacere della sua compagnia fra i doni più preziosi di questa città. Abbiamo passato due ore insieme e abbiamo mangiato un piatto smisurato di fagioli all’aglio e una ciotola di yogurt.

Nancy è una grande narratrice e una fonte inesauribile di storie appassionanti, la sua conoscenza intima del paese offre a chi ha il privilegio di ascoltare un viaggio vertiginoso nel tempo e nello spazio.

Nel corso degli anni, non mi è mai capitato di lasciarla dopo un po’ di tempo passato insieme senza una storia memorabile da conservare.

Ieri, quando sono arrivata nel suo studio, stava lavorando ad una galleria fotografica sugli strumenti preistorici conservati al Museo Nazionale. Come immagine di copertina voleva usare una foto della facciata del museo prima che fosse distrutto durante la guerra civile. Nei giorni scorsi ha cercato nel suo archivio fotografico e con sua grande sorpresa si è accorta di non avere nessuna immagine di questo genere. Mi ha raccontato di essere andata a trovare il direttore del museo per chiedere a lui una copia dai loro archivi, ma niente neanche lì. Sempre più sorpresa e incuriosita, ha mandato messaggi e chiamato tutti quelli che in quegli anni erano in città o potevano aver avuto accesso a documenti di quel periodo. Niente. Pare che prima della guerra civile nessuno si sia preoccupato di fare una fotografia alla facciata.

Il racconto è finito lì e la a conversazione ha poi preso un’altra direzione, ma il pensiero di questa foto che non c’è è rimasto con me. Strano pensare a quanti momenti e quanti dettagli là per là non sembrano affatto degni di nota, quante cose diamo per scontate e tralasciamo senza considerazione. Strano pensare come questi dettagli poi possano ritornare e rivelarsi nella loro assenza, in un futuro inaspettato, come testimoni di un passato di cui non restano tracce visive.

Gulkhana

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It is hot. I sweat slowly.

Deciding to come back to Kabul has been difficult: from afar, the idea of gathering enough strength to face the journey is overwhelming, something that seems beyond actual capability.

But then, it only takes a second: the doors of the plane open and Kabul welcomes you with her typical heatwave, with that sultry air that smells of dust and that, for some obscure reason, makes you feel at home. It only takes a second and the city, with her inexplicable charm, absorbs you and makes you part of her again – seamlessly.

Kabul is always the same, yet this time everything seems different. There is a sense of tiredness that, for the first time in many years, is dramatically tangible. I spent the whole of last week adding names to the long list of those who have left the country. Those who can, leave: exhausted by war and the lack of a horizon. In a country without a present like Afghanistan, this brain-drain is a death sentence for the future.

Yesterday a good friend, one of the most talented young artists in town, wrote me to say that he hopes to come and show me his new drawings soon. He went on updating me about the fact that he was not entirely happy with the progress of his work: for several months he could not draw as he ran out of paper. Luckily, he added, he had gone on a trip to Pakistan with his family and hence could buy more paper and resume drawing. The matter of fact tone with which he wrote stayed with me: there was no resentment. This is how things are here, it is normal not to have paper and not to be able to draw: there’s not much else to add.

It is from this lack of paper that I should probably re-start as well.

My new office is in the greenhouse of one of the most beautiful old buildings in Kabul: it stayed surprisingly intact despite decades of bombs. In Dari, the greenhouse is called gulkhana, the flowers’ house. At this time of the year, its heat is unbearable, but I specifically asked to sit there: I thought it would be a beautiful starting point. My desk is surrounded by windows and flooded with light: it is torrid in this season, but it carries the promise of a gentle warmth during the long winter. I look around and I am happy about the choice I made. It makes sense to be here: it makes sense to be here now. It makes sense, but I wonder how to feed the determination to keep going with what may somehow seem an ungrateful task: to work towards the future with no guarantee of immediate results in the present. The promise and the vision of a broader perspective that goes beyond contingencies is certainly a source of motivation, but finding the root of that motivation in the little everyday steps is another matter. I hope I’ll stay lucid enough to be able to keep reminding it to myself.

The windows of he gulkhana face the garden, which is never barren as it has been designed around the cycle of seasons, around the tireless, round pace of time: simple, unpretentious wisdom that has a lot to teach.

This post was published on The News on the 26th of July 2016.

Gulkhana

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Quella di tornare a Kabul è stata una decisione difficile: da lontano, l’idea di mettere insieme abbastanza forze per affrontare il viaggio sembra un’impresa titanica, ben al di là di quanto si possa essere in grado di fare. E poi basta un attimo, le porte dell’aereo si aprono e Kabul ti accoglie con quella sua tipica ondata di calore, con quell’aria torrida dall’odore di polvere che per qualche oscura ragione ti fa sentire a casa. Basta un attimo e la città, col suo fascino inspiegabile, ti riassorbe e tu sei di nuovo parte di lei come se non ci fosse mai stata interruzione.

Kabul è sempre la stessa, eppure stavolta è tutto diverso. C’è un senso di fatica che per la prima volta, dopo tanti anni, è drammaticamente tangibile. Ho passato la scorsa settimana ad aggiungere nomi alla lunga lista di quelli che hanno lasciato il paese. Chi può se ne va, sfinito dalla guerra e dalla mancanza di orizzonte. In un paese senza presente come l’Afghanistan, la fuga di cervelli rischia di diventare la condanna a morte per il futuro.

Ieri un mio caro amico, uno dei più promettenti giovani artisti in città, mi ha scritto dicendo che spera di venire a trovarmi presto per mostrarmi i suoi nuovi disegni e nel frattempo mi aggiornava del fatto che non era soddisfatto dei suoi progressi: per vari mesi infatti non ha potuto disegnare perché non aveva più carta. Per fortuna, mi ha scritto, è andato in Pakistan con la famiglia e ha potuto comprare altra carta – e quindi ha ricominciato a disegnare. Non riesco a togliermi dalla testa il tono senza rabbia e senza rivendicazione con cui mi ha scritto: qui è così, è normale non avere la carta e non poter disegnare, c’è poco altro da aggiungere.

E’ da questa mancanza di carta che anche io devo ricominciare.

Il mio nuovo ufficio è nella serra di uno dei più bei palazzi di Kabul, sorprendentemente sopravvissuto a decenni di bombe di varia provenienza. Qui chiamano la serra gulkhana, la casa dei fiori – in questo periodo dell’anno il caldo è insopportabile, ma ho chiesto io di sedermi lì, mi sembrava un bel punto di partenza. La mia scrivania è circondata dalle finestre e inondata dal sole: torrida in questa stagione, ma con la promessa di un tepore gentile durante il lungo inverno. Mi guardo intorno e sono felice della scelta che ho fatto – ha senso essere qui; ha senso essere qui ora. Ha senso, ma mi domando come alimentare la determinazione per andare avanti con un compito che in qualche modo è “ingrato”: lavorare per il futuro senza la garanzia di risultati immediati nel presente. La promessa e la visione di una prospettiva più ampia delle immediate contingenze è senz’altro una fonte di motivazione, ma trovare il senso di quella motivazione nei piccoli passi di ogni giorno è tutt’altra storia – spero di avere sufficiente lucidità per continuare a ricordarlo a me stessa.

Le finestre della gulkhana affacciano sul giardino, mai spoglio perché costruito intorno al ciclo delle stagioni, all’instancabile andare circolare del tempo: saggezza semplice e senza pretese che ha molto da insegnare.

La guerra dei linguaggi

 

«Once Upon A Time» di Shamsia Hassani

L’immagine dell’Afghanistan propagandata dai media è costellata di luoghi comuni, anche quando l’argomento riguarda la produzione culturale. I finanziamenti stranieri rinforzano la visione Kabul-centrica, considerano solo le élite che parlano inglese e non lasciano margine alla creatività spontanea

Un mio articolo sull’impatto dell’economia di guerra sulla produzione culturale in Afghanistan su Il Manifesto.

Qui la versione integrale.

A Contemporary Arts Library in Kabul?

As some of you may already know, in the past year I have helped Berang Arts, a collective of young artists, to set up a small, independent Contemporary Arts Academy in Kabul.

We’ve now decided to move one step further and we want to try and set up an art library and specialised resource centre that artists can access and use for their research. This is a non-NGO funded initiative, it springs out of our time, enthusiasm and commitment.

As there is no international donor to fund this, we are looking for friends and patrons who are willing to support us – by donating a book, getting your friends to donate books or, for those who come and go from Afghanistan, make some space in their suitcase to help bring books in.

We are looking for books on contemporary arts and related subjects in English and Persian. Any contribution will be very very welcome!

Please get in touch if you want to know more [ kiccovich (@) gmail (.) com] and feel free to pass my email on to those who may be interested in contributing.

Thanks for your support!

 

 

The Little Book of Kabul in London

The Little Book of Kabul

SOAS Afghan Society will be joined by Francesca Recchia and Lorenzo Tugnoli, the authors of The Little Book of Kabul.

The Little Book of Kabul is a book project that depicts a portrait of Kabul through the daily activities of a number of artists who live in the city. With an evocative tone, it focuses on the tiny details that escape grand narratives. Colours and gestures, smells and accents. In 20 short stories and 47 black and white photographs, The Little Book of Kabul dives into the lives of the three main characters exploring what it means to be an artist in Kabul and hence unveiling the beauty and brutality of the city.

Come join us!

Date & Time: Friday 28th November, 6-8pm
Room: G3 SOAS, University of London, London WC1H 0XG
Nearest tube: Russell Square

This event is free and open to all.

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The Little Book of Kabul on Fair Observer

The Little Book of Kabul

Fair Observer featured our book:

The Little Book of Kabul is a book project that depicts a portrait of Kabul through the daily activities of a number of artists who live in the city. With an evocative tone, it focuses on the tiny details that escape grand narratives. Colors and gestures, smells and accents. In 20 short stories and 47 black and white photographs, The Little Book of Kabul dives into the lives of the three main characters exploring what it means to be an artist in Kabul and hence unveiling the beauty and brutality of the city.

Read more here.

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The Little Book of Kabul – Launch in Kabul

The Little Book of Kabul

The Little Book of Kabul is now out in the world.It has reached many houses and hopefully offered a glimpse of unexpected beauty.

In the next few weeks, Lorenzo and I will be travelling to present the book and tell the story of its making.

This last phase of our journey – obviously – began in Kabul.

We had the great privilege of being hosted by Margherita Stancati and Nathan Hodge at the Wall Street Journal for an evening of discussion and celebration.

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*Photo Credit: Joel van Houdt *

It was beautiful to share some of the backstage stories with old friends who have followed our adventure since its inception and new friends who now walk the same streets we recount in the book.

The incredible amount of affection that surrounds The Little Book of Kabul never ceases to surprise us and we are deeply grateful for that.

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